Mario Furlan, life coach – Cosa fare di fronte alla tragedia

Walker, ViceCoordinatore dei City Angels di Campomarino, in un momento felice

Walker, ViceCoordinatore dei City Angels di Campomarino, in un momento felice

L’ultima settimana è stata particolarmente difficile per me. Perché nell’arco di cinque giorni sono morti sia mio padre, sia un caro amico: Walker, il ViceCoordinatore dei City Angels di Campomarino. Il primo di tumore al cervello, il secondo di coronavirus.
Parlarti di motivazione e fare il life coach e il motivatore può essere difficile quando ti senti a terra. Ma credo che proprio questa situazione possa aiutarmi e aiutarti a comprendere meglio cosa è bene fare in casi del genere.
Innanzitutto sfatiamo il mito che sia possibile essere sempre carichi e motivati. Non è vero. In questo momento, pur essendo un motivatore e un life coach, mi sento piuttosto scarico e demotivato. Come recita l’Ecclesiaste nella Bibbia, per ogni cosa c’è il suo tempo. C’è un tempo anche per il lutto e per il dolore.
Va rispettato.
Quello che possiamo fare non è eliminare questo tempo: non è possibile, e non sarebbe nemmeno giusto. Sarebbe inumano. Ma possiamo ridurre il tempo della inevitabile sofferenza. Anziché starci male per settimane, mesi o – come capita ad alcuni – per il resto della vita, possiamo soffrire per un periodo molto più breve.
Quando mio padre è morto, martedì scorso, mi sono sentito scosso. Sradicato. Rintronato.
Sono rimasto a casa con mia madre e i miei fratelli dal mattino, quando è deceduto, fino al pomeriggio. Muto. Avvolto nei miei pensieri. Poi sono andato a fare la spesa per mia madre. E al supermercato mi sono concentrato su ciò che dovevo prendere. Poi ho cominciato a pensare a quanto avrei dovuto fare l’indomani, e nei giorni successivi.
Se avessi continuato per giorni a rimuginare il dolore della perdita di mio padre, e poi quello della perdita dell’amico City Angel, non avrei la forza di parlare ora con te. E allora, quando mi capita una disgrazia tra capo e collo, faccio così: mi trincero nel mio dolore per qualche ora. Piango: non mi vergogno a dirlo. E le lacrime mi aiutano a scaricare la tensione. Dopodiché le asciugo e mi concentro su due cose.
La prima: cosa posso imparare da quanto è successo. E cosa posso fare, in questi due casi specifici, per tenere viva la memoria della persona cara che mi ha lasciato.
La seconda: cosa posso fare per rendermi utile. E per continuare a vivere. Se non fossi andato a fare una cosa banale come la spesa perché chiuso in camera a singhiozzare avrei causato un problema a mia madre anziana, che non può uscire di casa.
L’incontro con la morte ci può aiutare a vivere meglio. Perché ci ricorda di quanto sia breve la nostra vita. E di quale sia la nostra missione da compiere qui, su questo pianeta, prima di lasciarlo.

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Micol Martinez, la musicista dei “buoni spropositi”

Micol Martinez sulla copertina dell'album "I buoni spropositi"

Micol Martinez sulla copertina dell’album “I buoni spropositi”

I buoni spropositi”, il terzo album della cantautrice milanese Micol Martinez, è dal 18 marzo in tutti i digital store. Come mai, le chiedo, l’hai fatto uscire proprio nel mezzo dell’emergenza Coronavirus? Non sarebbe stato meglio rimandare a tempi migliori?

“Per un momento ho pensato di posticipare l’uscita, ma poi mi sono detta che sarebbe stato un atto egoistico – dice Micol Martinez. – So che c’è chi lo stava aspettando, e l’ho fatto per loro. Certo, la promozione è difficile in questo periodo: basti pensare all’impossibilità di fare concerti live. Ma mi è sembrato giusto così”.

Micol Martinez è una donna coraggiosa, tenace, tutta d’un pezzo. È musicista, attrice e scrittrice. “Mi reputo molto complessa – dice. – Non amo la superficialità, amo andare in profondità nelle questioni. Ma non posso buttare la mia complessità addosso agli altri; per questo ho imparato a semplificare le cose complesse, per farmi capire da tutti”.
“I buoni spropositi” è l’album più semplice, lineare, immediato di Micol. I primi due, “Copenhagen” del 2010 e “La testa dentro” del 2012, sono più complessi. Dal punto di vista ritmico, armonico ed emozionale. “Non che il nuovo album sia così facile, ma è più facilmente fruibile degli altri” assicura.
Come mai “Copenhagen”, il nome di una città, per il tuo primo album? Hai vissuto nella capitale della Danimarca, o ci vai spesso?
Micol Martinez ride: “No, non ci sono mai stata, sto provando ad andarci da 10 anni e proprio il non conoscerla mi ha permesso di immaginarci dentro qualunque cosa. Ad esempio un uomo senza la spina dorsale, che è diventato anche un fumetto: simboleggia la mancanza di coraggio nell’amare. Non riesce ad amare una donna, e la uccide”.

Sei profonda e complessa: come ti trovi i quest’epoca in cui regnano superficialità e ignoranza, soprattutto sui social?
“Non la sento mia. So, ad esempio, che dovrei prestare più attenzione ai social: per un’artista sono fondamentali. Ma preferisco il contatto dal vivo, e non mi piace l’odio che purtroppo si trova online”.
Traduci testi di psicoanalisi. Come mai?
“Perché ho una grande passione per la psicologia. Ho fatto il Liceo linguistico, e poi Scienze della comunicazione all’università: quindi conosco le lingue e, pur non essendo psicologa, mastico la materia. Anzi: dopo tanti anni di traduzioni credo di poter passare qualche esame…”
In questo momento terribile hai voluto dare il tuo contributo con la tua versione, un po’ inglese e un po’ italiana, della famosa “We shall overcome”, il canto di liberazione dei neri americani scritto e cantato da Joan Baez…
“Sì: ho voluto portare un messaggio di speranza in questo periodo così cupo. We shall overcome: noi ce la faremo, a vincere il Coronavirus!”

Ecco la cover Micol Martinez di “We shall overcome”: https://youtu.be/PfTQdvBz6vM