Best Western Plus Hotel Galles di Milano: così si riapre in piena sicurezza

Il Best Western Plus Hotel Galles di Milano

Il Best Western Plus Hotel Galles di Milano

BestHa riaperto in sicurezza lo scorso 4 maggio Best Western Plus Hotel Galles, 200 camere in Piazza Lima di proprietà di Filippo Seccamani Mazzoli, dopo una chiusura straordinaria e impensabile fino a qualche giorno prima, di 42 giorni, la più lunga registrata in oltre 30 anni di attività.

Il ritorno all’attività è avvenuto in piena sicurezza per lo staff e per gli ospiti che stanno tornando a soggiornare in albergo. Best Western Plus Hotel Galles ha infatti aderito al protocollo Special Protection BWH, un rigoroso programma che prevede igiene e sanificazione, ricorso alla tecnologia e assicurazione.

“La decisione di chiudere è stata ponderata ma di fatto inevitabile per le incertezze sulla durata del lockdown, per contribuire a contenere gli effetti del contagio e per proteggere i componenti del nostro staff. – afferma Filippo Seccamani Mazzoli – il tempo della chiusura è stato però un investimento: in formazione, in programmazione e lavorando in back office con i nostri responsabili di reparto tramite riunioni virtuali e video call.

Sono molto orgoglioso del lavoro svolto: abbiamo riaperto nei tempi previsti in perfetto allineamento con le linee guida di protezione. Grazie a Special Protection il protocollo che ci ha proposto BWH Hotel Group, catena cui l’hotel è affiliato dal 1999, abbiamo tradotto le indicazioni in concreti momenti di comunicazione e distanziamento perfetti per la ripartenza.”

Le nuove disposizioni sono visibili fin dall’ingresso in hotel: la reception evidenzia il distanziamento grazie a cordoni e a segnaletica orizzontale, una serie di adesivi rossi posti sul pavimento. Sul banco i parafiati proteggono clienti e staff. Il protocollo di protezione prevede inoltre che le operazioni che tradizionalmente si svolgono alla reception trovino nel digitale il loro compimento: check-in e check-out, pagamento attraverso un semplice link nell’email, comunicazione con lo staff tramite chatbot sono solo alcuni esempi di quanto l’innovazione tecnologica sia efficace in questa fase.

I posti sui divani nella hall sono contingentati. Ovunque gli ospiti e i visitatori possono approfittare dei gel a base alcolica. Il ristorante La Terrazza riprende l’attività nel rispetto di tutte le direttive per la somministrazione di alimenti con tavoli distanziati ed esclusivamente servizio al tavolo. Al momento palestra e centro benessere sono chiusi.

Anche un’assicurazione sanitaria al Best Western Plus Hotel Galles di Milano 

Ultimo aspetto ma non meno importante, l’assicurazione sanitaria. Tutti gli ospiti che soggiorneranno al Best Western Plus Hotel Galles a partire dal 1 giugno 2020 godranno di copertura per assistenza sanitaria valida per l’intera durata del soggiorno in hotel, dal momento del check-in fino al check-out. Le garanzie incluse sono rivolte alla salute della persona e comprendono: consulenza e assistenza medica telefonica e in presenza, copertura delle spese mediche, eventuale rientro al domicilio e rimborso di spese di forzata permanenza in caso di accertata positività al Covid19.

Best Western Plus Hotel Galles ha inoltre aderito alla soluzione Smart Working Room: le camere dell’hotel diventano uffici perfettamente equipaggiati, silenziosi e dotati del massimo della privacy e sono pensate per chi, dopo mesi di home office forzato con tutto ciò che questo comporta, devono tornare alla normalità della loro attività professionale.

Special Protection BWH poggia su cinque pilastri, ognuno di essi cruciale per un produttivo e sicuro ritorno all’attività: sanificazione e igiene delle strutture, procedure per lo staff, dispositivi e suggerimenti utili al cliente, innovazione tecnologica e copertura assicurativa.

Mario Furlan, life coach – Sei una patata, un uovo o un chicco di caffé?

Cosa sei: una patata, un uovo o un chicco di caffé?

Come reagisci alla crisi economica causata dal coronavirus: come una patata, un uovo o un chicco di caffé?

Una domanda che come life coach mi chiedono spesso è: Mario, secondo te questa pandemia, e la crisi economica e sociale che ne seguirà, ci farà diventare migliori o peggiori?
La risposta è: dipende.
Non dipende solo da come andranno le cose, in Italia, in Europa o nel mondo. Ma dipende anche, e soprattutto, da come tu sarai capace di reagire a questa crisi. Che colpirà, economicamente, almeno i due terzi della popolazione.
Qualcuno si lascerà travolgere dalla disperazione. Come l’imprenditore di Napoli, che si è suicidato.
Qualcun altro sarà furente. Ce l’avrà a morte con il Governo, con la Regione, con l’Europa, con il mondo intero, con il Padreterno… e vorrà sfogare la sua rabbia con la violenza, fisica o verbale. Di persona, o sui social. Il che non servirà a niente, se non a produrre ancora più sofferenza e a metterlo nei guai con la legge.
Qualcun altro ancora, invece, farà l’unica cosa intelligente e produttiva possibile: prenderà, realisticamente, atto della situazione e cercherà di ricavarne il meglio. Per lui, e per gli altri.
A questa domanda rivoltagli dalla figlia – il coronavirus ci farà diventare migliori o peggiori? – un padre chef le fece vedere tre pentole sul fuoco. Nella prima ci mise dentro delle patate; nella seconda delle uova; nella terza una manciata di chicchi di caffè. Dopo 20 minuti di ebollizione spense il fuoco.
Le patate erano diventate molli: bastava toccarle che si sfaldavano.
Le uova erano diventate verdi e dure: immangiabili.
I chicchi di caffè, invece, avevano rilasciato un eccellente aroma. E avevano dato vita a qualcosa che prima non c’era: a un profumatissimo caffè.
Ci sono persone che, gettate nell’acqua bollente della crisi, come le patate si sbriciolano e si frantumano. Non reggono la pressione, e cedono. Come quel povero imprenditore.
Ci sono altre persone che, come le uova, reagiscono indurendosi. Incattivendosi. Diventando verdi di rabbia e livore. E se la prendono con tutti, maltrattandoli.
Altri ancora, invece, sono come i chicchi di caffè. E’ proprio l’acqua bollente della crisi che fa emergere le loro qualità migliori. Sono gli unici che con la pandemia diventano migliori. Il terribile choc causato dal coronavirus produce inevitabili cambiamenti in tutti noi. Ma per qualcuno sono negativi. Mentre per altri sono positivi.
E tu, come reagirai alla crisi che sta arrivando? Come le patate, come le uova o come i chicchi di caffè?

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Mauro Bonati di Yakult: “La nostra è una missione”

Mauro Bonati, Direttore generale di Yakult Italia

Mauro Bonati, Direttore generale di Yakult Italia

Tutte le Aziende commerciali hanno un propria mission, ma è davvero difficile trovarne una con un vero e proprio spirito missionario. Sarà per le sue origini giapponesi o per il suo fondatore – un medico e scienziato dell’università di Kyoto, che Yakult può definirsi una “Missionary Company”?

Lo chiediamo a Mauro Bonati – Direttore Generale di Yakult Italia: “ Lo spirito missionario di Yakult è il marchio di fabbrica del suo fondatore Dr. Minoru Shirota, che nei primi anni ’30 si pose l’obiettivo, attraverso un lungo percorso di ricerca microbiologica all’avanguardia, di affrontare la piaga delle infezioni intestinali che nel primo dopo-guerra flagellava la popolazione giapponese e in particolar modo i bambini. Il Dr. Shirota riuscì così ad isolare e coltivare un particolare fermento lattico, che poi prese il suo nome (L. casei Shirota), in grado di resistere ai succhi gastrici e di raggiungere vivo e attivo l’intestino, dove svolge le sue azioni benefiche. La specificità di Yakult risiede  nel fatto che, prima ancora del salto alla dimensione industriale che la proietterà in ambito multinazionale, il Dr. Shirota definisce i tre fondamenti della filosofia di Yakult , chiamati successivamente  Shirot-ismi: 1) promuovere la medicina preventiva attraverso l’alimentazione, un  concetto assai all’avanguardia per l’epoca. 2) un intestino sano porta ad una vita più lunga e più sana, anche questa un’intuizione pionieristica 3) portare la salute ad un prezzo abbordabile e al più alto numero di persone, che identifica lo spirito missionario dell’azienda sin dalla nascita.
Tale spirito fu coerentemente applicato in un modello di business assai inclusivo, per coinvolgere le donne, che rappresentavano l’anello debole dal punto di vista occupazionale, con l’obiettivo di distribuire quotidianamente il prodotto fresco ai clienti con un sistema porta a porta. Quelle che ancor oggi vengono chiamate Yakult Ladies svolgono altresì un ruolo sociale nel mantenimento di una relazione di “caring” costante con i propri clienti e questo vale in particolar modo nelle provincie rurali e presso gli anziani. Nel mondo le Yakult Ladies sono oggi più di 80.000 di cui 34.000 solo in Giappone.

Sembra quindi che Yakult sia stata modellata attorno a principi che non mettono al centro il profitto?
“Certamente – risponde Mauro Bonati – i risultati economici sono fondamentali per consentire di proseguire la missione del Fondatore, ma lo sono in egual misura i principi etici su cui si basa la strategia aziendale. “Working on an Healthy Society” per noi significa principalmente promuovere stili di vita sani attraverso la corretta alimentazione, una costante attività fisica e l’offerta di prodotti studiati per le diverse esigenze di benessere dei nostri consumatori. Questo è l’impegno che ha caratterizzato la nostra comunicazione fin dall’inizio dell’esperienza italiana dal 2007, in una collaborazione costante con i soggetti istituzionali, la scuola, la comunità scientifica e il mondo dell’associazionismo.

Francesco Sacco, il cantautore di Berlino Est

 

Il cantautore milanese Francesco Sacco

Il cantautore milanese Francesco Sacco

Francesco Sacco è un giovane cantautore emergente milanese. In aprile è uscito il suo primo singolo, “Berlino Est”, e oggi, 8 maggio, è uscito il secondo, “A Te”. Il 22 maggio uscirà invece il suo primo disco, “La Voce Umana”.

“Il titolo del disco è una citazione tratta dall’omonima opera teatrale di Jean Cocteau” spiega Francesco, la cui cultura si evince dai testi delle sue canzoni. A cominciare da “Berlino Est”: “Mi sono ispirato alla città tedesca divisa da un muro, ma non c’entra la politica: è un brano che parla di un litigio di coppia, e della difficoltà ad abbattere il muro di incomprensione per porre fine alla litigata” dice. Infatti il testo parla di “faccia da Berlino Est”: una faccia perplessa, difficile da definire. E poi di “denti da San Francisco”: un riferimento al sorriso della moglie Giada (Vailati, coreografa), che ha uno spazio tra i due incisivi. E al Golden Gate Bridge della città californiana.

Giada è una figura centrale nella produzione artistica di Francesco. “A Te” è dedicato a lei. “Mi hanno chiesto se c’entri l’omonima canzone di Jovanotti; la risposta è no, perché ascolto pochissimo pop” ride. E aggiunge: “A Te è un brano in controtendenza nel mio panorama musicale. Perché è la prima canzone che ho scritto quando stavo bene. Tutte le altre sono nate in momenti di sconforto”.

Nato a Milano, cresciuto a Novara e infine ritornato nella metropoli lombarda, Sacco ha iniziato con la chitarra classica e gli esami al Conservatorio, per poi scoprire il blues e il rock dei Led Zeppelin.  “Per un periodo ho ascoltato soltanto la musica degli anni 1965-1977” dice sorridendo. Ha prodotto colonne sonore, è stato produttore musicale, ha scritto per la rivista Rolling Stone. E ora si propone con decisione come cantautore. “E’ la mia vocazione – dice – e voglio seguirla per essere fedele a me stesso”.