Mario Furlan, life coach – La frase che ti fa soffrire inutilmente

Il rivoluzionario Ernesto Guevara, detto "Il Che"

Il rivoluzionario Ernesto Guevara, detto “Il Che”

“Non è giusto!”
Quante volte sentiamo, e pronunciamo, questa frase. E quante volte è come un pugno nello stomaco: perché le ingiustizie ci urtano, ci offendono, ci disgustano. Non è giusto che ci siano i poveri, le guerre, le discriminazioni; e non è giusto che un bambino innocente debba patire, che si muoia ancora giovani, o che l’insegnante a scuola, o il capo sul lavoro, non tratti tutti allo stesso modo. Ma, purtroppo, così è…

E’ sacrosanto, e doveroso, lottare contro le ingiustizie. Se non ne fossi profondamente convinto, non mi sarei preso la briga di fondare i City Angels. Ma è puerile, stupido e inutile lamentarsi, e prendersela, per le ingiustizie. Perché il mondo, e quindi l’uomo, è sempre stato profondamente ingiusto, e sempre lo sarà.

Chi soffre per le ingiustizie, ma non fa nulla per combatterle, soffre per nulla. E’ come se soffrisse per gli anni che passano, o la forza di gravità, o perché la luna gira intorno alla terra: che ci puoi fare? La parola “amen” significa “così sia”, e chi la pronuncia si affida al Signore. Di fronte a qualcosa di doloroso, ma inevitabile,

Ho sempre amato la frase di Che Guevara “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo”. Ma lui non si limitava a protestare. Era un uomo d’azione: lottava.

Accettiamo serenamente ciò che è, senza angosciarci per ciò che non possiamo in alcun modo cambiare, e impegniamoci a migliorarlo. Solo così possiamo dare un senso alla nostra vita, rendendo la società un po’ meno ingiusta.

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Mario Furlan, life coach – Coronavirus: i nostri due errori

Mario Furlan davanti a un centro d'accoglienza per senzatetto dei City Angels

Mario Furlan davanti a un centro d’accoglienza per senzatetto dei City Angels

Possiamo commettere due errori in queste settimane di allarme da coronavirus.
Il primo è lampante. Lo conosciamo tutti: è infischiarsene delle regole. Comportarsi come se nulla fosse, da incoscienti: “Tanto sto bene”, “Tanto a me non succede nulla”. Questi irresponsabili vengono, giustamente, sanzionati.
Il secondo errore è nascosto. Può addirittura sembrare una qualche forma di virtù portata all’eccesso. O un innocente eccesso di zelo. Ma è uno sbaglio anch’esso. Sto parlando del nostro vizio di vedere il male dappertutto. Anche dove non c’è. E quindi di vedere trasgressori scervellati e da punire ovunque. Anche dove non ci sono.
Ieri, a Milano, stavo andando a prestare servizio presso uno dei centri d’accoglienza per senzatetto dei City Angels, l’associazione da me fondata. Indossavo un giaccone sopra la felpa rossa d’ordinanza, non avevo il basco blu in testa. Sotto un balcone sento una signora dire acida, ad alta voce, riferito evidentemente a me che ero l’unico che stava passando: “Ecco un altro coglione che se ne frega degli altri!”
Mi sono sentito ferito. Così mi sono fermato, ho guardato insù, ho sbottonato il giaccone per mostrare la felpa dei City Angels e ho detto: “Signora, non me ne frego degli altri. Sto andando ad aiutarli. Sono dei City Angels”.
Lei ha capito. E ha chiesto scusa.
Abbiamo il pessimo vizio di giudicare – e di giudicare male – prima di avere capito. Prima di avere raccolto sufficienti informazioni. Nel dubbio, pensiamo male. E accusiamo.
Come quella madre che chiese alla figlia, una bambina, di prendere due mele dal cesto: “Una è per te e una è per me” le disse.
La piccola prese le mele e diede un morso prima a una e poi all’altra.
La madre restò esterrefatta. “Ho creato un mostro! – si disse. – Una creatura egoista e gretta, che vuole tutto per sé e non lascia nulla agli altri. Nemmeno a me, che sono sua madre!”
Si stava chiedendo dove avesse sbagliato nell’educarla, quando la bimba le porse una delle due mele: “Mamma, questa è la più dolce. E’ per te!”
Prima di pensare male degli altri, fermiamoci a pensare.
Commetteremo meno errori.

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