Mario Furlan, life coach – Cosa fare al mattino, e cosa al pomeriggio

Mario Furlan, life coach

Mario Furlan, life coach

In tribunale il giudice  tende ad essere più accondiscendente con gli imputati al mattino e più severo al pomeriggio: infatti gli imputati che si presentano in aula nel pomeriggio ricevono multe più salate e più anni di carcere.
E’ il risultato di un’indagine svolta negli Stati Uniti, in Canada e in Israele: quindi in tre Paesi democratici. Non in tre dittature, dove non esistono garanzie per gli accusati. E proprio per questo ci aiuta a capire che è meglio prendere le nostre decisioni più delicate, e incontrare persone nuove con cui ci teniamo a fare buona impressione, al mattino, quando siamo più freschi; e non dopo pranzo o alla sera, quando ci appisoliamo.

La stanchezza influisce su umore e decisioni

Infatti la stanchezza influisce sul nostro umore, e quindi sulle nostre decisioni: ci rende scontrosi, irritabili, nervosi. Si abbassa la nostra soglia di attenzione e sopportazione, ci distraiamo e ci spazientiamo più facilmente. Non riusciamo a valutare lucidamente. E, se abbiamo un problema delicato da affrontare, siamo inevitabilmente portati a scegliere la soluzione più facile ed immediata, quella che richiede meno riflessione e meno capacità di immedesimarci negli altri. Oppure – e può essere una buona soluzione – vogliamo rimandare la decisione a quando ci sentiremo meglio. Ma non tutte le decisioni possono essere rimandate…

Li infinocchi meglio quando sono stanchi

I truffatori esperti dell’animo umano sanno che è più facile infinocchiare il prossimo quando è stanco e poco lucido: difatti incontrano le loro vittime dopo pranzo o in tarda serata. E la tradizione, tutta italiana, di fare interminabili riunioni di governo nelle ore notturne? Servono a far sì che i presenti, ormai assopiti, abbiamo perso l’energia per dibattere, e approvino decisioni che, se fossero stati più coscienti, avrebbero bocciato.

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Mario Furlan, life coach – Ecco cosa conta davvero (e non a parole!)

Mario Furlan, life coach e motivatore

Mario Furlan, life coach e motivatore

C’è un modo per sapere se ci teniamo davvero ai valori che proclamiamo e giuriamo di rispettare. E’ l’unico modo. Ed è una domanda. La domanda è questa: quanto tempo dedichi a ciò cui tieni?
Tieni alla tua salute? Bene. Quanto tempo le dedichi? Se la risposta è Non trovo il tempo di fare sport, significa che non ci tieni davvero. Cioè che ti stai prendendo in giro.
Tieni alla tua famiglia? Ottimo. Quanto tempo le dedichi? Se non riesci a starci insieme nemmeno poche ore alla settimana forse non ci tieni così tanto. Lo so, devi lavorare per mantenerla. E il lavoro ti porta via tanto tempo. Ma a che serve lavorare così tanto se il tempo in cui godere dei frutti del tuo lavoro è così poco?
Oltre il 90% delle persone mettono al primo posto, nella loro scala dei valori, la salute. Al secondo gli affetti. E al terzo il lavoro. Eppure dedicano gran parte del tempo al lavoro. Poco alle persone che amano. E nulla, o quasi, a conservare la salute. Significa che la loro scala dei valori non vale nulla. Perché il tempo che dedichi ad ogni attività è la vera misura del valore che le attribuisci. I soldi vengono e vanno. Mentre il tempo, una volta che se n’è andato, non torna più. Ed è triste invecchiare con il rimpianto di non averlo trascorso meglio.

Prima che sia troppo tardi

Spesso arriviamo troppo tardi a capire cosa conta veramente nella nostra vita. Come in questa storia che mi hanno raccontato. Non so se sia vera. Ma so che ci sono milioni di storie simili.
Una vecchia madre e la figlia litigano e rompono i rapporti. Il loro dissidio si trascina negli anni. La madre vuole rappacificarsi: rifiuta l’idea di andare nella tomba con un conflitto irrisolto. Vienimi a trovare, la implora. E facciamo pace. La figlia dice di sì. Al telefono. Ma nei fatti non se la sente. Si sente bloccata. Frenata. Le manca il coraggio per riabbracciare la mamma. E si giustifica dicendo che non ha tempo. Quando la madre le telefona, lei risponde “Non posso passare da te questo mese. Non ho tempo”. Si lamenta di essere sempre presa con mille impegni, tra il lavoro e la famiglia. Sempre occupata.  E’ una menzogna. Cui, nel tempo, ha finito per credere. Finché, un giorno, stanca di prendersi in giro e colta da un senso di rimorso, va a trovare la mamma. Ma quando suona alla porta capisce di essere arrivata troppo tardi. La madre è sul letto. Gli occhi chiusi. Morta. La figlia aveva avuto cinque anni per riconciliarsi con chi l’aveva messa al mondo. E si era lasciata fregare per cinque minuti.

Se vuoi farlo… fallo adesso!

Quanti di noi vorrebbero tornare indietro per rimediare a un errore, un’incomprensione, una mancanza? Per dare un bacio, un abbraccio, per dire Scusami, per dire Ti amo? Quanti vorrebbero stringere tra le braccia una persona morta, anche se solo per cinque minuti? E allora, perché aspettare ad avere rimpianti? Perché vivere nei rimorsi? Perché, se conta davvero, non dargli la giusta priorità, invece di rimandare in eterno? Perché non farlo ora, adesso, subito, prima che sia troppo tardi?

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Mario Furlan, life coach – Le tre cose per cui val la pena vivere

Mario Furlan, life coach e fondatore dei City Angels

Mario Furlan, life coach e fondatore dei City Angels

Perché molti muoiono pochi anni dopo essere andati in pensione, o dopo aver perso il partner di una vita?
Perché la vita appariva loro priva di senso. Vuota. Inutile. E dal momento che tutto, in natura, deve avere il suo perché, madre natura ha lasciato che si spegnessero.
Sono tre, infatti, le cose che danno un senso alla nostra vita, e la rendono degna di essere vissuta.
1) Avere qualcosa da fare.
Qualcosa di bello, appassionante, entusiasmante.  Che riempia la nostra giornata e, quando cala la sera, ci faccia sentire gratificati. Perché l’abbiamo trascorsa con gusto, e sfruttata al meglio;
2) Avere qualcuno da amare.
Che sia un partner, un figlio, un amico del cuore, abbiamo tutti bisogno di non sentirci soli, isolati. La felicità è davvero tale solo se condivisa;
3) Avere qualcosa in cui sperare.
Guai a non avere sogni da realizzare, obiettivi da raggiungere, traguardi da tagliare: significa non avere una motivazione che ci spinge ad andare avanti.
Per questo ti auguro di avere, sempre, queste  tre cose nella tua vita. Per renderla felice, serena. Una vita che valga la pena vivere. E che, una volta giunta al termine, possiamo lasciare senza rimpianti.

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Mario Furlan, life coach – Siamo schiavi delle nostre abitudini

Una tradizione da abolire: il Festival della carne di cane a Yulin, in Cina

Una tradizione da abolire: il Festival della carne di cane a Yulin, in Cina

Siamo il prodotto delle nostre abitudini. Siamo abituati a svegliarci in un certo modo; a fare colazione in un certo modo; ad andare al lavoro in un certo modo; a divertirci in un certo modo; a fare sesso in un certo modo; ad andare a letto in un certo modo. E anche a comportarci, a reagire, a interagire in un certo modo. Giusto o sbagliato, produttivo o improduttivo che sia.
Alcune abitudini sono positive. Altre no. Sei, ad esempio, sempre in ritardo? Ti arrabbi, o ci soffri, quando ti fanno notare i tuoi errori? Basta poco per gettarti nello sconforto? Anche questo è il prodotto, oltre che del tuo carattere e della tua indole, delle abitudini.
Lo so: cambiare le abitudini è molto difficile. Perché soddisfano, seppure in negativo, alcuni nostri bisogni. E allo stesso modo è difficile, per i popoli, cambiare le loro tradizioni. Che non sono altro che abitudini popolari.
E’ molto arduo anche cambiare le abitudini – pardon, tradizioni – orripilanti. Proprio in questi giorni a Yulin, in Cina, si sta svolgendo l’ennesima edizione del Festival degli orrori: il Festival della carne di cane. Ogni anno, dal 22 al 2 luglio, vengono torturati, squartati e mangiati oltre 10mila cani, molti dei quali rapiti ai loro padroni. Il tutto in condizioni igieniche da voltastomaco. Simili a quelle del “wet market” di Wuhan, da cui si è diffuso il Coronavirus. Wet market significa “mercato bagnato”: bagnato, per l’appunto, dal sangue degli animali che vengono tagliati e spellati, vivi, sulle bancarelle del mercato.
E’ qualcosa di allucinante. Che suscita scandalo in tutto il mondo. Che, però, prosegue. Anno dopo anno. Perché? Perché è diventato, negli anni, una tradizione. E cancellare le tradizioni è come cancellare le abitudini: difficilissimo.
Proponiti di cambiare le tue abitudini distruttive. Non tutte insieme: non ce la faresti. Ma una per volta. Giorno per giorno. Come si fa? Devi associare un’emozione dolorosa all’abitudine da cambiare. E una piacevole all’abitudine da installare al suo posto.
Solo così, usando le nostre emozioni, possiamo cambiare in meglio. E soltanto suscitando forti ondate emotive, mostrando video e foto raccapriccianti e sull’onda della paura del Coronavirus, si riuscirà, prima o poi, ad abolire l’osceno Festival di Yulin.

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Mario Furlan, life coach – Dimmi quanto sono grandi i tuoi problemi, ti dirò quanto sei grande tu

Mario Furlan, life coach e scrittore motivazionale

Mario Furlan, life coach e scrittore motivazionale, sulla copertina di uno dei suoi libri

Tutti abbiamo problemi. Parola di life coach.
Ma il livello di preoccupazione, ansia e stress a cui ci portano ha ben poco a che fare con la loro reale e oggettiva dimensione. Non è vero, cioè, che i piccoli problemi ci stressano poco, e che sono i grandi problemi a toglierci il sonno. Perché tutto è relativo. Quello che può essere piccolo per me può essere enorme per te. E viceversa.
Ci sono persone che non dormono di notte perché un loro caro è in fin di vita. O perché hanno perso il lavoro, e non sanno come sfamare la famiglia. Il che è, a mio giudizio, più che comprensibile.
Ma ci sono anche persone che vanno in crisi di brutto perché qualcuno li ha insultati su Facebook. Perché il piatto da cucinare per gli amici è venuto male. O perché insoddisfatte del loro taglio di capelli. Insomma, si disperano per cavolate.
Ci sono, poi, persone che riescono a restare calme  e centrate nonostante i guai che li affliggono siano davvero grossi. Ho un amico che accudisce la figlia, disabile e malata, da 31 anni. Sono soli al mondo, lei e lui. Lei si sta avvicinando alla fine. Ma lui riesce a restare positivo, ottimista, solare.
Lo ammiro. Non credo che, al suo posto, avrei la sua forza d’animo: infatti vado in tilt per molto meno. Alla faccia del fatto che sono life coach. Quel mio amico è un esempio di come non siano i problemi a distruggerci, ma il nostro atteggiamento nell’affrontarli.
Per vivere bene dobbiamo quindi alzare la nostra soglia di accettazione e tolleranza allo stress. E non lasciare che siano le stupidaggini a toglierci la serenità. Quanto più cresciamo, tanto più dobbiamo imparare a non lasciarci turbare dalle piccolezze.
I big, i grandi personaggi – della politica, dell’economia, della cultura, dello sport, dello spettacolo, della religione – sono costantemente sotto attacco: degli hater, degli avversari, dei concorrenti, dei giornalisti, degli invidiosi… Pensa solo a quanto è stato linciato e crocifisso – non solo metaforicamente – Gesù Cristo.
Se fossero come me e come te, questi personaggi noti si schianterebbero sotto il peso delle critiche. E dell’odio che li circonda. Ma sono più forti di noi. Il fango che viene gettato loro addosso? Se vogliono reggere, devono imparare a scrollarselo di dosso con un’alzata di spalle.
Ti lascio con un esercizio: scrivi quali sono i tuoi tre più grandi problemi, le tre cose che ti angosciano di più. E poi pensa: sono davvero, tutti e tre, dei veri, grandi, terribili problemi?

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Mario Furlan, life coach – Dimmi come porti la mascherina, ti dirò chi sei!

Come metti, o non metti, la mascherina dice chi sei!

Come metti, o non metti, la mascherina dice chi sei!

Sei di quelli che portano la mascherina sempre e comunque, anche quando camminano da soli per strada, perché la prudenza non è mai troppa?
Oppure la tieni in tasca, oppure abbassata sul mento, perché è fastidiosa e inutile; e te la tiri su controvoglia soltanto quando vai in locali dove senza non ti fanno entrare?
Tra questi due estremi ci sono numerose sfumature: quelli che la tengono solo in pubblico, quelli che si coprono la bocca ma non il naso, quelli che se la dimenticano a casa…
A seconda della tua risposta (mascherina sempre e comunque fuori casa, oppure solo se proprio non puoi farne a meno) appartieni a una di queste due tribù: i paurosi (che si autodefiniscono prudenti) o i temerari (che si definiscono realisti).
I paurosi temono di essere contagiati. Chi si avvicina senza protezioni è un untore, oppure un incosciente; fosse per loro lo multerebbero. Mentre i temerari ritengono che le precauzioni utili un mese fa siano oggi, con il virus quasi sparito, soltanto delle rotture di scatole.  E osservano con aria di sufficienza, deridendoli in cuor loro, quelli che si tengono sempre la mascherina sul volto. Magari pure quando sono da soli.
I primi sono mossi, nella vita, soprattutto dalla paura: odiano il rischio. I secondi, invece, sono più propensi a correre rischi. Diventando, a volte, incoscienti.
Dimmi come porti la mascherina, ti dirò chi sei!

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Mario Furlan, life coach – I sette sintomi che sei fuori strada

Mario Furlan, life coach

Mario Furlan, life coach

Come life coach mi viene spesso chiesto se ci sono dei sintomi che devono suonare come campanelli d’allarme. Si tratta di comportamenti sbagliati, proseguendo nei quali avremo conseguenze negative.
Sì, questi sintomi esistono. E sono almeno sette.
Immagina che tu sia un’automobile, e che tu abbia scelto di percorrere una certa strada nella tua vita. I sette tipi di condotta che vado ad elencare sono errati, e se li segui stai andando fuori strada!

1) Non svolgi regolare attività fisica.
Mens sana in corpore sano: se non fai attività fisica, qualunque essa sia, con regolarità, il tuo corpo ne soffre. E se il corpo sta male, prima o poi anche la mente ne soffrirà;

2) Cerchi il sollievo sbagliato.
C’è chi, quando si sente fuori fase, va a farsi una bella corsa oppure una bella meditazione; e chi, invece, si ingozza di cibo spazzatura. O alza il gomito. O accende una sigaretta. O si lancia nello shopping sfrenato e compulsivo…
Tutti attraversiamo momenti di tensione e stress. Dimmi come li fronteggi e ti dirò chi sei!

3) Non riesci a concentrarti.
Sei sempre distratta: dal telefonino o da pensieri che non c’entrano nulla con ciò che stai facendo. E quando arriva la sera ti rendi conto, con un cocente senso di frustrazione, che hai realizzato molto meno di quello che avresti dovuto e potuto.
Il primo passo per non essere costantemente distolto da ciò che importa? Spegni il telefonino, e allontanalo dal tuo campo visivo!

4) Sei scostante.
Non sei, cioè, costante, attendibile e affidabile nei tuoi comportamenti.
Quindi non rispondi alle telefonate, ai messaggi o alle mail. Ovviamente mi riferisco ai messaggi di persone che ti interessano, non di scocciatori;

5) Non riesci a riposarti a sufficienza.
Dormi poco o male, non ti prendi le vacanze, non ti concedi una pausa. Così facendo, a lungo andare (e a volte neanche tanto a lungo) il tuo motore fonde;

6) Sei iperreattivo.
Hai la miccia corta, il tuo motore si surriscalda subito: basta un nonnulla e subito ti arrabbi, sbotti, esplodi. Oppure ti butti giù, ti deprimi, scoppi in lacrime.
Quando incontri qualcuno così è come camminare sulle uova: devi stare attento a ogni cosa che dici e che fai. E ovviamente il dialogo sereno e costruttivo diventa impossibile;

7) Sei ipercritico e sarcastico.
L’autocritica e l’autoironia ti fanno apprezzare dagli altri; la critica violenta e il sarcasmo rivolti agli altri, invece, ti rendono odioso.

Ti riconosci in qualcuno di questi sette comportamenti negativi?
Se la risposta è positiva, attento: la tua vita sta prendendo una direzione sbagliata, e proseguendo lungo quella strada rischi di andare a schiantarti. E di farti molto male, sia nel fisico che nella mente e nello spirito.
Più sono i comportamenti errati che stai adottando e più rischi. Il mio consiglio: comincia a cambiarne uno. E poi un secondo. E così via. Più avanzi sulla strada della crescita personale, più sarà facile e bello camminare lungo il tuo nuovo cammino, ricco di speranza e soddisfazioni!

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Mario Furlan, life coach – Sei una patata, un uovo o un chicco di caffé?

Cosa sei: una patata, un uovo o un chicco di caffé?

Come reagisci alla crisi economica causata dal coronavirus: come una patata, un uovo o un chicco di caffé?

Una domanda che come life coach mi chiedono spesso è: Mario, secondo te questa pandemia, e la crisi economica e sociale che ne seguirà, ci farà diventare migliori o peggiori?
La risposta è: dipende.
Non dipende solo da come andranno le cose, in Italia, in Europa o nel mondo. Ma dipende anche, e soprattutto, da come tu sarai capace di reagire a questa crisi. Che colpirà, economicamente, almeno i due terzi della popolazione.
Qualcuno si lascerà travolgere dalla disperazione. Come l’imprenditore di Napoli, che si è suicidato.
Qualcun altro sarà furente. Ce l’avrà a morte con il Governo, con la Regione, con l’Europa, con il mondo intero, con il Padreterno… e vorrà sfogare la sua rabbia con la violenza, fisica o verbale. Di persona, o sui social. Il che non servirà a niente, se non a produrre ancora più sofferenza e a metterlo nei guai con la legge.
Qualcun altro ancora, invece, farà l’unica cosa intelligente e produttiva possibile: prenderà, realisticamente, atto della situazione e cercherà di ricavarne il meglio. Per lui, e per gli altri.
A questa domanda rivoltagli dalla figlia – il coronavirus ci farà diventare migliori o peggiori? – un padre chef le fece vedere tre pentole sul fuoco. Nella prima ci mise dentro delle patate; nella seconda delle uova; nella terza una manciata di chicchi di caffè. Dopo 20 minuti di ebollizione spense il fuoco.
Le patate erano diventate molli: bastava toccarle che si sfaldavano.
Le uova erano diventate verdi e dure: immangiabili.
I chicchi di caffè, invece, avevano rilasciato un eccellente aroma. E avevano dato vita a qualcosa che prima non c’era: a un profumatissimo caffè.
Ci sono persone che, gettate nell’acqua bollente della crisi, come le patate si sbriciolano e si frantumano. Non reggono la pressione, e cedono. Come quel povero imprenditore.
Ci sono altre persone che, come le uova, reagiscono indurendosi. Incattivendosi. Diventando verdi di rabbia e livore. E se la prendono con tutti, maltrattandoli.
Altri ancora, invece, sono come i chicchi di caffè. E’ proprio l’acqua bollente della crisi che fa emergere le loro qualità migliori. Sono gli unici che con la pandemia diventano migliori. Il terribile choc causato dal coronavirus produce inevitabili cambiamenti in tutti noi. Ma per qualcuno sono negativi. Mentre per altri sono positivi.
E tu, come reagirai alla crisi che sta arrivando? Come le patate, come le uova o come i chicchi di caffè?

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Mario Furlan, life coach – Cosa fare di fronte alla tragedia

Walker, ViceCoordinatore dei City Angels di Campomarino, in un momento felice

Walker, ViceCoordinatore dei City Angels di Campomarino, in un momento felice

L’ultima settimana è stata particolarmente difficile per me. Perché nell’arco di cinque giorni sono morti sia mio padre, sia un caro amico: Walker, il ViceCoordinatore dei City Angels di Campomarino. Il primo di tumore al cervello, il secondo di coronavirus.
Parlarti di motivazione e fare il life coach e il motivatore può essere difficile quando ti senti a terra. Ma credo che proprio questa situazione possa aiutarmi e aiutarti a comprendere meglio cosa è bene fare in casi del genere.
Innanzitutto sfatiamo il mito che sia possibile essere sempre carichi e motivati. Non è vero. In questo momento, pur essendo un motivatore e un life coach, mi sento piuttosto scarico e demotivato. Come recita l’Ecclesiaste nella Bibbia, per ogni cosa c’è il suo tempo. C’è un tempo anche per il lutto e per il dolore.
Va rispettato.
Quello che possiamo fare non è eliminare questo tempo: non è possibile, e non sarebbe nemmeno giusto. Sarebbe inumano. Ma possiamo ridurre il tempo della inevitabile sofferenza. Anziché starci male per settimane, mesi o – come capita ad alcuni – per il resto della vita, possiamo soffrire per un periodo molto più breve.
Quando mio padre è morto, martedì scorso, mi sono sentito scosso. Sradicato. Rintronato.
Sono rimasto a casa con mia madre e i miei fratelli dal mattino, quando è deceduto, fino al pomeriggio. Muto. Avvolto nei miei pensieri. Poi sono andato a fare la spesa per mia madre. E al supermercato mi sono concentrato su ciò che dovevo prendere. Poi ho cominciato a pensare a quanto avrei dovuto fare l’indomani, e nei giorni successivi.
Se avessi continuato per giorni a rimuginare il dolore della perdita di mio padre, e poi quello della perdita dell’amico City Angel, non avrei la forza di parlare ora con te. E allora, quando mi capita una disgrazia tra capo e collo, faccio così: mi trincero nel mio dolore per qualche ora. Piango: non mi vergogno a dirlo. E le lacrime mi aiutano a scaricare la tensione. Dopodiché le asciugo e mi concentro su due cose.
La prima: cosa posso imparare da quanto è successo. E cosa posso fare, in questi due casi specifici, per tenere viva la memoria della persona cara che mi ha lasciato.
La seconda: cosa posso fare per rendermi utile. E per continuare a vivere. Se non fossi andato a fare una cosa banale come la spesa perché chiuso in camera a singhiozzare avrei causato un problema a mia madre anziana, che non può uscire di casa.
L’incontro con la morte ci può aiutare a vivere meglio. Perché ci ricorda di quanto sia breve la nostra vita. E di quale sia la nostra missione da compiere qui, su questo pianeta, prima di lasciarlo.

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Mario Furlan, life coach – Coronavirus: i nostri due errori

Mario Furlan davanti a un centro d'accoglienza per senzatetto dei City Angels

Mario Furlan davanti a un centro d’accoglienza per senzatetto dei City Angels

Possiamo commettere due errori in queste settimane di allarme da coronavirus.
Il primo è lampante. Lo conosciamo tutti: è infischiarsene delle regole. Comportarsi come se nulla fosse, da incoscienti: “Tanto sto bene”, “Tanto a me non succede nulla”. Questi irresponsabili vengono, giustamente, sanzionati.
Il secondo errore è nascosto. Può addirittura sembrare una qualche forma di virtù portata all’eccesso. O un innocente eccesso di zelo. Ma è uno sbaglio anch’esso. Sto parlando del nostro vizio di vedere il male dappertutto. Anche dove non c’è. E quindi di vedere trasgressori scervellati e da punire ovunque. Anche dove non ci sono.
Ieri, a Milano, stavo andando a prestare servizio presso uno dei centri d’accoglienza per senzatetto dei City Angels, l’associazione da me fondata. Indossavo un giaccone sopra la felpa rossa d’ordinanza, non avevo il basco blu in testa. Sotto un balcone sento una signora dire acida, ad alta voce, riferito evidentemente a me che ero l’unico che stava passando: “Ecco un altro coglione che se ne frega degli altri!”
Mi sono sentito ferito. Così mi sono fermato, ho guardato insù, ho sbottonato il giaccone per mostrare la felpa dei City Angels e ho detto: “Signora, non me ne frego degli altri. Sto andando ad aiutarli. Sono dei City Angels”.
Lei ha capito. E ha chiesto scusa.
Abbiamo il pessimo vizio di giudicare – e di giudicare male – prima di avere capito. Prima di avere raccolto sufficienti informazioni. Nel dubbio, pensiamo male. E accusiamo.
Come quella madre che chiese alla figlia, una bambina, di prendere due mele dal cesto: “Una è per te e una è per me” le disse.
La piccola prese le mele e diede un morso prima a una e poi all’altra.
La madre restò esterrefatta. “Ho creato un mostro! – si disse. – Una creatura egoista e gretta, che vuole tutto per sé e non lascia nulla agli altri. Nemmeno a me, che sono sua madre!”
Si stava chiedendo dove avesse sbagliato nell’educarla, quando la bimba le porse una delle due mele: “Mamma, questa è la più dolce. E’ per te!”
Prima di pensare male degli altri, fermiamoci a pensare.
Commetteremo meno errori.

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