Informazioni su Mario Furlan

Mario Furlan è docente universitario di Motivazione e crescita personale all'università Ludes di Lugano, e di Comunicazione efficace, leadership e management all'università Fortunato di Benevento. Ha scritto vari best-seller, tra cui "Risveglia il campione in te!" e "Tu puoi!" E' noto anche come creatore del Wilding, l'autodifesa istintiva, e dei City Angels. www.mariofurlan.com

Mario Furlan, life coach – Perché siamo complottisti

Le teorie complottiste piacciono: ne è la prova la diffusione di Qanon in tutto l'Occidente

Le teorie complottiste fanno presa su un’ampia fascia della popolazione: ne è la prova la diffusione di Qanon in tutto l’Occidente

Il vaccino antiCovid contiene un microchip con il quale veniamo comandati a distanza.
Le ultime elezioni americane, quelle che hanno eletto Joe Biden presidente, sono state falsate da brogli elettorali ai danni di Trump.
Il mondo è governato da una cricca di satanisti pedofili che bevono il sangue di neonati sgozzati.
Sono solo alcune delle mille bufale che circolano sul web, e a cui milioni di persone credono ciecamente. Secondo un sondaggio, almeno l’80% degli italiani abbocca ad almeno una teoria cospirativa. Quanon, il gruppo politico cospirazionista di estrema destra nato negli Usa, fa proseliti in tutto l’Occidente. E non si tratta soltanto di stolti analfabeti, ma anche di laureati e di persone intelligenti.

Perché?
Perché attraverso le teorie del complotto noi umani riusciamo a soddisfare tre bisogni fondamentali, che sono profondamente radicati nel nostro animo.

1) Il bisogno di certezze: c’è sempre una facile spiegazione per tutto
Il mondo non è mai stato tanto complesso, e dalla fine della seconda Guerra mondiale ad oggi  ad oggi il futuro non è mai stato tanto incerto. Ci sentiamo preoccupati, confusi ed impauriti. Le nostre vecchie sicurezze vengono meno, e abbiamo bisogno di nuove. Cosa può quindi fornirci più certezze assolute di una teoria complottista che, come tutte queste tesi, fornisce una spiegazione ultrasemplificata a tutto ciò che accade nel mondo: la colpa di ogni evento è sempre della stessa elite criminale che governa il mondo, e noi del popolo siamo le sue vittime innocenti.
Il vittimismo è, da un certo punto di vista, gratificante: tu non sei responsabile di nulla, non c’entri niente, la colpa è sempre e solo degli altri.

2) Il bisogno di sentirsi importanti e di suscitare attenzione
I complottisti mi hanno spesso guardato con sufficienza, dall’alto al basso. Come dire: noi siamo quelli che sanno la verità, tu sei un povero idiota che segue il mainstream.
Questo sentirsi intellettualmente superiori è molto appagante. Chi dichiara di combattere l’elite malvagia che domina il mondo è felice di sentirsi parte di una casta di illuminati. Ed è felicissimo di suscitare lo stupore e l’interesse degli altri con le loro teorie: è un modo per essere al centro dell’attenzione.
C’è chi crede alle loro tesi strampalate, e chi no. Qualcuno li deride. Ma più li prendi in giro, più loro si convincono di essere nel giusto. E più si sentono parte del loro club di illuminati, gli unici detentori della verità assoluta. E questo ci porta al terzo bisogno da soddisfare:

3) Il bisogno di appartenenza e di unione
I complottisti sono un po’ una setta. Si scambiano video su Whattsapp e su Telegram, che condividono con gli amici. Ma solo con quelli che hanno le loro stesse idee, o con quelli che pensano di poter convertire. La raccomandazione che spesso si scambiano è: Non farlo vedere a chi crede nella verità ufficiale, tanto non capirebbe.
Ho vari amici complottisti. Bravissime persone, che però non mi considerano degno di far parte del loro circolo. Perché, secondo loro, sono uno stupido, che non vuole accettare la loro indiscutibile verità.
Le loro verità sono come dei dogmi di fede: se le accetti sei uno di loro, se le rifiuti sei un credulone vittima del bugiardissimo mainstream. E’ curioso che non credano nei “giornaloni”, come li chiamano, ma non hanno alcun dubbio nella veridicità di articoli che provengono da fonti improbabili, ampiamente dimostrate come false. Ma, lo sappiamo, più mostri a un complottista che sbaglia, più lui è convinto di avere ragione. Pertanto è inutile cercare di discutere con loro. Serve molto di più, invece, capire quali sono i bisogni psicologici che vengono soddisfatti da questo loro modo di essere.
Non cerchiamo di cambiarli: d’altronde sappiamo che è già difficile cambiare noi stessi, figuriamoci un altro essere umano. Accettiamoli per come sono. E vediamo il positivo che è in loro. Il fatto che qualcuno creda che la terra sia piatta non mi impedisce certo di volergli bene. Non mi soffermo su ciò che ci divide, ma su ciò che ci unisce. Che è molto di più, e molto più importante.

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Ecco i 10 comandamenti del Back to office

Ecco un ufficio a misura di relazione

Ecco un ufficio a misura di relazione

6 DIPENDENTI SU 10 RIFIUTANO IL RIENTRO IN UFFICIO, SECONDO GLI ESPERTI SERVE UNA NUOVA “WORKPLACE CULTURE”: ECCO I 10 COMANDAMENTI DEL BACK TO OFFICE

Lavorare bene significa vivere bene”: con queste parole Tommaso d’Aquino definisce una voce verbale attuale e relazionata al desiderio sempre più incessante dei professionisti di abbandonare l’ufficio per proseguire la carriera professionale all’interno delle mura domestiche. Le prime conferme a riguardo giungono da Harvard Business Review, secondo cui 6 americani su 10 (65%) vogliono lavorare interamente da remoto, rifiutando il rientro in ufficio. La situazione non cambia in Europa: secondo Employee Benefits, infatti, nel Regno Unito addirittura 8 professionisti su 10 (78%) cambierebbe lavoro nel caso in cui venisse loro offerto di lavorare interamente da remoto. E in Italia? Lo smartworking a tempo pieno è la scelta ideale per il 23% dei professionisti del Bel Paese. All’interno di questo scenario globale sorge quindi una domanda: come possono muoversi i leader d’azienda per promuovere il back to office? La risposta è la “new workplace culture”: si tratta dell’insieme di iniziative introdotte dai datori di lavoro per disegnare nuovi ed ingaggianti uffici che possano risvegliare la gioia dei dipendenti.

Questo è ciò che emerge da una serie di ricerche condotte da Espresso Communication per Senso, company di proprietà di Younitestars, che scende in campo a supporto dei propri operativi grazie a nuovi workplace a misura di relazione”. “Gli eventi globali hanno rivisitato il mondo del lavoro, allontanando sempre di più i professionisti dai singoli uffici – afferma Gianmaria Monteleone, CEO e founder di Senso e Younitestars – Per limitare questa dinamica, abbiamo deciso di progettare i nostri uffici in modo tale da realizzare veri e propri spazi a misura di relazione. Ciò vuol dire che i professionisti hanno la possibilità di confrontarsi con i colleghi nella forma più immediata possibile. In quanto azienda di rilievo del nostro settore, vogliamo continuare a crescere e siamo consapevoli che questo sviluppo deve partire dal nostro headquarter e dal benessere dei nostri collaboratori”.

Le parole di Monteleone corrono di pari passo con quelle di Meytal Cohen, interior designer e docente di NABA, che ha gestito il progetto di riqualificazione degli uffici di Senso e Younitestars: “Con la pandemia ha preso piede un nuovo modo di lavorare che ha spinto leader d’impresa e datori di lavoro ad apportare modifiche utili al benessere dei singoli dipendenti. È possibile promuovere il back to office adottando una workplace culture incentrata su spazi a misura di dipendente. Il progetto di riqualificazione degli uffici di Senso e Younitestars fornirà ai collaboratori opportunità di connessione e collaborazione a 360°”.

Ecco, quindi, le 10 innovazioni più sorprendenti per ridisegnare i workplace:

  • Promuovere ufficia misura di relazione”.
  • Installare diffusori sul pavimento utili a rendere l’aria dell’ufficio sempre fresca e pulita.
  • Realizzare “ambienti salutogenici” per apprezzare il contatto diretto con la natura.
  • Incrementare la sicurezza degli ambienti di lavoro con sensori tecnologici di ultima generazione.
  • Introdurre spazi di coworking per accogliere eventuali collaboratori oppure partner e clienti.
  • Riorganizzare gli spazi secondo l’idea dell’edificio capovolto.
  • Creare yoga room utili al benessere dei dipendenti.
  • Dare spazio alla privacy dei professionisti con aree ad hoc.
  • Introdurre postazioni per il “lavoro di coppia”.
  • Prestare attenzione al colore del proprio ufficio.

Emanuele Rissone, il re del bambù gigante

Emanuele Rissone, il re del bambù gigante

Emanuele Rissone in una foresta di bambù gigante

Emanuele Rissone, 51 anni, è due volte re.
Prima è stato il re degli integratori alimentari, creando e gestendo la catena di negozi Vitamin Store. E oggi è il re del bambù gigante e il leader degli investimenti green. Al punto che Forbes Italia l’ha inserito nella classifica dei 100 manager italiani più innovativi.

Genovese d’origine e milanese d’adozione, a 15 anni Emanuele Rissone vede al cinema il film Rocky IV. E decide di iscriversi in palestra e allenarsi duramente per costruirsi un fisico alla Stallone. Con questo scopo, quattro anni dopo inizia a produrre integratori energetici per accelerare la costruzione del suo corpo muscoloso. Li fa provare agli amici, vanno a ruba e in poco tempo Rissone apre a Milano il primo negozio d’Italia specializzato in integrazione alimentare.

E’ uno straordinario successo. Ma Emanuele Rissone non si accontenta. Quando nascono le sue due figlie cresce in lui il desiderio di dare il suo contributo ad un mondo più ecologico e sostenibile: quello dove loro vivranno da grandi. Così vende Vitamin Store e si tuffa nel settore del bambù gigante, fondando nel 2014 la Forever Bambù. Lo scopo: unire la redditività all’etica e contribuire alla salvaguardia del Pianeta.
“Il bambù gigante è una pianta straordinaria – dice. – Alta fino a 15-20 metri, assorbe grandi quantità di CO2 ed è sostenibile. Perché dopo che la tagli, rinasce. E cresce, incredibilmente, fino a 60 centimetri al giorno!”
Per crescere così velocemente, il bambù scompone l’anidride carbonica, CO2, nei sui due componenti, carbonio e ossigeno, utilizzando il carbonio presente nell’aria per crescere e migliorando al contempo la qualità dell’aria.
“Forever Bambù è l’unica azienda di questo tipo con risultati certificati!” dice, orgoglioso, Emanuele Rissone. Ma le meraviglie del bambù non sono finite: quando le piante vengono tagliate, le canne vengono tritati per trasformarli in bioplastica.
“Voglio che le mie figlie vivano in un mondo dove esistono ancora le barriere coralline, e dove i mari non siano invasi dalla plastica – dichiara. – Non è soltanto una questione ecologica, ma anche sanitaria: lo sapevi che le nanoplastiche si trovano nei muscoli dei pesci e degli animali che mangiamo? E’ stato calcolato che ogni settimana ingeriamo, in plastica, l’equivalente di una carta di credito.
Anche per questo assistiamo ad un’impennata dei tumori. E proprio per questo voglio fare tutto ciò che riesco per rendere la Terra più verde e più sana”.

Mario Furlan, life coach – Il metodo giusto per affrontare i problemi

Il life coach e motivatore Mario Furlan

Mario Furlan, life coach e motivatore

Quando hai un problema dovresti usare
– il 20% del tempo per analizzare il problema;
– l’80% per trovare la soluzione.
Di solito facciamo il contrario. Anzi, di peggio. Passiamo l’80% del tempo non a esaminare il problema, ma a piangerci su. E ci poniamo domande come “Perché è capitato proprio a me?”, “Perché sono così sfortunato?”. Oppure ci colpevolizziamo: “Come ho fatto ad essere così cretino?” A domande demotivanti corrispondono risposte altrettanto distruttive: “Perché sei un idiota”, “Perché sei sfortunato”, “Perché tutti ti sono nemici”. Prova, invece, a formulare altre domande:
– Cosa c’è di buono in questa sfida?
– Cosa posso imparare?
– Come posso vincerla?
Ponendoti le domande giuste troverai le risposte giuste. Lo dice anche la Bibbia: chiedete, e vi sarà dato. Chiedi le domande giuste, e ti sarà data la risposta giusta.

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Francesco Arrighetti di Oniro Agency: ecco cos’è il digital marketing

Francesco Arrighetti, Ceo di Oniro Agency

Francesco Arrighetti, Ceo di Oniro Agency

Ciao Francesco, raccontaci chi sei.

Mi chiamo Francesco Arrighetti e sono il fondatore di Oniro Agency, un’agenzia di Milano specializzata in digital marketing, in particolare in inbound marketing, ovvero una serie di attività mirate ad attrarre utenti interessati ad un determinato prodotto o servizio sui siti web.

Come riuscite ad indirizzare questo pubblico?

Sfruttando gli strumenti pubblicitari messi a disposizione dai social media, da Google e attraverso la SEO, ovvero l’ottimizzazione per i motori di ricerca che permette di indirizzare traffico profilato e in target sui siti dei nostri clienti.

Qual è la differenza tra l’inbound e il digital marketing?

Il digital marketing comprende anche altri tipi di attività, come la gestione dei social media, l’e-mail marketing, la creazione dei siti web e molto altro. Per scelta ho deciso di verticalizzare Oniro Agency solo sull’inbound marketing in modo da specializzarci e offrire il servizio migliore possibile.

Com’è iniziata questa avventura?

L’azienda è nata da pochissimo, a giugno del 2021, ma la mia avventura nel mondo del digital marketing è iniziata anni fa, più o meno nel 2013.

All’epoca lavoravo per una banca importante ma per quanto fossi in una bolla dorata molto sicura non ero felice. Non c’era spazio per il mio lato creativo e per il mio spirito imprenditoriale latente, che cercava di farmi fare la differenza. Lì ero solo uno dei tanti, un numero tra mille.

Quindi hai deciso di cambiare strada

All’epoca stavo già con mia moglie, lei è una persona molto forte che mi ha sempre stimolato, ricordo una discussione in cui mi disse: “É inutile che ti lamenti senza fare niente per cambiare le cose, se tu ci provassi senza ottenere risultati avresti ragione, ma così non ha senso. Fai qualcosa.”

Ero bloccato, come se avessi i piedi dentro il cemento, mi sembrava impossibile cambiare. Lottavo contro me stesso per cercare una soluzione, ma da solo non ci riuscivo, quindi ho cercato un aiuto. Sono andato su internet e ho trovato una consulente di carriera molto brava che mi ha seguito in questo percorso di crescita e consapevolezza.

Lei è riuscita a farmi capire che alcune mie competenze potevano avere un valore sul mercato. Il web mi aveva sempre affascinato e alcune professioni legate al digitale non erano ancora così sdoganate, così ho cercato un Master in Reputation Management – il primo in Italia – e da lì è cambiata la mia vita.

Come sei arrivato dal Master in Reputation Management alla tua agenzia?

Oniro Agency è stata l’evoluzione naturale del mio percorso come professionista. Una volta terminato il Master sono stato assunto prima in un paio di agenzie, poi ho deciso di mettermi in proprio come libero professionista perché volevo realizzare qualcosa di mio. Ho proseguito così per un paio di anni fino a quando la pandemia non ha dato un’accelerata al digital marketing e sono esplose le richieste. Allora ho cercato un collaboratore, poi un altro e così è nata l’agenzia.

Cosa pensi che distingua Oniro dal resto delle agenzie di questo tipo?

La cura della persona sia nei confronti dei dipendenti, anche se non mi piace parlare di dipendenti, preferisco collaboratori, sia nei confronti dei clienti. Ci mettiamo nei loro panni quando dobbiamo realizzare un lavoro, il cliente investe del denaro per un progetto in cui tutti crediamo e che desideriamo abbia successo.

Allo stesso modo, in primis, mi metto nei panni di chi lavora per me, desidero che si trovino bene, a suo agio e che venga retribuito adeguatamente. Se dovessi riassumere in poche parole ciò che ci differenza rispetto alle altre agenzie tradizionali direi: alta qualità dei lavori, cura della persona, è ammesso sbagliare per crescere e lavoriamo full remote.

Riesci a gestire il tuo team totalmente da remoto?

Sì, grazie al rapporto che si è instaurato. In primis, a livello di fiducia, perché per avere una persona che lavora da Roma o dalla Sicilia e che non puoi controllare come in un ufficio deve esserci un rapporto di massima fiducia. Questo però ha anche un risvolto positivo perché siamo un po’ imprenditori di noi stessi.

È come passare dal liceo all’università, quando si è al liceo la professoressa controlla gli alunni e li sgrida se non hanno fatto i compiti, all’università sei tu a gestirti il carico di lavoro, sai di avere degli esami e di doverli portare a termine. Noi abbiamo la stessa visione.

Pensi che ci sia una differenza tra una azienda nata full remote e le altre che durante il periodo della pandemia sono state costrette ad applicare questa modalità?

Si credo che le aziende che non siano nate con questa visione abbiano un modo diverso di pensare il rapporto lavoro-dipendente. Per me è proprio una questione di fiducia, non mi interessa che una persona lavori 8-10-15 ore, l’importante è che porti i risultati. Il focus si sposta non sulle ore di lavoro, ma sull’obiettivo. Se la variabile diventa l’obiettivo, tutto il resto è ininfluente.

Capisco che le aziende siano abituate ad un certo tipo di struttura e che durante la pandemia molte persone abbiano patito la solitudine nel lavorare da sole a casa. In realtà noi ci sentiamo tutto il giorno, tramite messaggi e videochiamate. Quello che cambia è l’atmosfera. Avendo questo tipo di rapporto di fiducia ogni collaboratore si sente parte importante di quella che è la nostra realtà e fa davvero la differenza.

Quindi rendi felice il dipendente in modo che lui stesso sia più motivato?

Esatto, per aumentare la sua motivazione credo che sia importante coinvolgerlo, ad esempio, facendolo partecipare alle riunioni con i clienti, chiedendo il suo parere per prendere determinate decisioni e così via. Non è un modo per mettere in difficoltà, ma credo sia utile per aumentare la fiducia in se stesso e farlo sentire parte integrante di Oniro.

Ci sono stati dei momenti bui durante il tuo percorso professionale?

Sì, due in particolare. Il primo quando sono passato da dipendente a libero professionista, in quel momento si hanno mille dubbi “Ce la farò a mantenere me e la mia famiglia?”, io avevo già un figlio, una casa. Di fronte a tutte queste paure ho chiuso gli occhi e mi sono buttato a capofitto per trovare la soluzione.

Poi ci sono stati molti momenti in cui le cose andavano talmente veloci che avevo paura di non riuscire a stare dietro a tutto. “Sarò in grado? Nessuno mi ha insegnato a farlo.” All’inizio di questo percorso la strada non era così chiara, non c’era una visione aziendale così netta, si è creata nel tempo.

Cosa diresti ad un ragazzo che non è soddisfatto del suo percorso di studio o di carriera?

Se ti trovi in quella condizione significa che ti sta già ponendo un grosso dubbio, quello è il seme per il cambiamento. Se ti senti fuori posto nel luogo in cui ti trovi vuol dire che hai bisogno di più o semplicemente di cambiare: è la prima leva che ti spinge a lottare per trovare la tua strada.

Poi non è facile, è un percorso lungo: bisogna capire innanzitutto in che direzione andare, provare finché non si trova ciò che ti piace, cercare di approfondire le conoscenze che ti permettono di fare il lavoro che desideri.

Se dovessi dare un consiglio pratico?

Trova qualcuno che ti aiuti a trovare la tua strada. Ci sono professionisti che ti possono supportare nel tuo percorso di cambiamento, come life coach e consulenti di carriera, poi provare, non arrendersi mai e impegnarsi fino a quando non si raggiunge l’obiettivo prefissato. Sono 4 in realtà😉.

Quali sono i tuoi desideri per il futuro?

A livello di business continuare a far crescere l’azienda, in modo che ognuno riesca a lavorare bene e sia soddisfatto. Il successo per me non si misura solo in termini di crescita aziendale, ma anche nel riuscire a rendere contenti i clienti e felici noi stessi dei risultati raggiunti.

Ognuno è importante. In passato mi è capitato di sentirmi dire “Francesco, nessuno è indispensabile, tutti sono sostituibili” io non sono di questa idea, credo che in una squadra tutti i componenti giochino un ruolo importante.

Le persone che lavorano per Oniro sono le prime che si mettono in gioco, cercando costantemente di migliorare e di crescere sia come professionisti che come agenzia. Siamo i primi fan del nostro brand.

Mario Furlan, life coach – Il bello è nella salita

Mario Furlan è formatore e life coach

Il formatore, motivatore e life coach Mario Furlan

Scali una montagna. L’obiettivo è arrivare alla vetta. Ma è la salita che ti forgia. Che ti mette alla prova. Che ti dimostra di che pasta sei fatto. E che ti rafforza, nel corpo e nello spirito.
L’arrivo in cima non è altro che il culmine del percorso. Il risultato dei tuoi sforzi. Ci resti pochi minuti. Mentre l’ascesa è durata ore.
Così è la vita. La strada che porta al raggiungimento dei nostri traguardi è ciò che conta veramente. Non sappiamo se li taglieremo o no, i traguardi. Ma sappiamo che avercela messa tutta, con impegno e passione, ci rende persone migliori. Ci tempra. Ci irrobustisce, moralmente e spiritualmente. Indipendentemente dal risultato finale.
Certo, se ce la facciamo a raggiungere l’obiettivo siamo tutti più felici. Ma se non ce la facciamo non sarà, comunuque, stato inutile.

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Ecco i migliori luoghi di lavoro in Italia

La classifica dei Best Workplaces Italia 2022

La classifica dei Best Workplaces Italia 2022

IMPRESE, SVELATA LA CLASSIFICA DEI 60 “BEST WORKPLACES” IN ITALIA: ECCO I MIGLIORI LUOGHI DI LAVORO ELETTI DA OLTRE 94MILA DIPENDENTI

Ben 210 aziende analizzate, 94mila collaboratori ascoltati e 70mila commenti raccolti: questi sono solo alcuni dei numeri che contraddistinguono l’operato di Great Place to Work Italia, azienda leader nel settore dell’analisi del clima aziendale, della trasformazione organizzativa e dell’employer branding, che lancia per il 21° anno consecutivo la classifica delle imprese nominateBest Workplaces Italia 2022”. Il ranking, integralmente consultabile sul sito Greatplacetowork.it, è frutto di un attento e accurato lavoro di ricerca durato un anno. A tal proposito emerge l’incremento del Trust Index, valore relazionato alla fiducia dei singoli collaboratori, che sale dell’1% rispetto a un anno fa. Restando sempre in ottica Trust, le aziende italiane si pongono al di sopra della media europea (85%), dietro solo a Germania, Olanda, Finlandia e Danimarca. E ancora, le imprese intervistate, comprese quelle non entrate in classifica, hanno comunque registrato una media di Trust Index intorno al 70% con un salto del +2,5% rispetto al 2021. La parola crescita non riguarda solo la fiducia, ma anche il fatturato: negli ultimi 10 anni, infatti, si registra un incremento annuo pari quasi al 13% per le organizzazioni che sono entrate nella classifica dei Best Workplaces. Entrando ancora più nel dettaglio, il ranking è stato suddiviso e organizzato in 4 categorie differenti sulla base del numero di collaboratori: aziende con oltre 500 collaboratori, con un numero di dipendenti compreso tra 150 e 499, tra 50 e 149 e tra 10 e 49.

“La classifica è il risultato di un lungo percorso fatto di ricerca e analisi – afferma Beniamino Bedusa, presidente di Great Place to Work Italia – Confrontando i risultati ottenuti con quanto raccolto un anno fa, emergono numerosi scenari positivi: i singoli collaboratori registrano meno casi di favoritismo e più situazioni in cui emerge un trattamento imparziale a prescindere dall’età. Inoltre, cresce il numero di responsabili che coinvolgono il proprio team sulle scelte che influiscono poi dal punto vista organizzativo. I settori traino, invece, sono quelli dell’information technology, del manufacturing, dei servizi professionali, finanziari e della farmaceutica”.

Ascoltare, analizzare, trasformare e celebrare: questi sono e saranno sempre i tratti distintivi del nostro operato – dichiara Alessandro Zollo, amministratore delegato di Great Place to Work Italia – Il mondo del lavoro e delle imprese è sempre più soggetto ad un serie di processi incentrati sulla trasformazione aziendale e sul change management. E proprio questi fattori rendono l’ascolto delle opinioni ancora più importante: al giorno d’oggi non si parla quasi più di soddisfazione, mentre si conferma forte il Trust, ovvero la fiducia sia nei confronti delle persone all’interno delle aziende sia nei confronti del mercato. Restando sulla stessa lunghezza d’onda, l’esperienza risulta un’altra parola chiave perché ogni collaboratore deve essere capito, stimolato, compreso e rispettato proprio come un cliente”.

Mario Furlan, life coach – Per ogni Sì c’è un No

Mario Furlan, life coach

Per dire di Sì a qualcosa, devi per forza di cosa dire di No a qualcos’altro.
Vuoi ottenere qualcosa? Devi dire di no a qualcos’altro.
Vuoi dimagrire? Devi dire di no ai dolci.
Vuoi raggiungere risultati nella professione? Devi evitare di perdere tempo.
Vuoi una vita di coppia solida? Devi rifiutare i flirt occasionali.
Per ogni sì c’è un no. Per ogni conquista, cioè, c’è una rinuncia.

Rinunciare costa fatica. E’ più facile fare ciò che ci costa meno impegno, piuttosto che stringere i denti e dire di no a quello che ci allontana dalla strada prefissata. Ci vuole disciplina. Ci vuole carattere. E ci vuole una fortissima motivazione. Quella che ci aiuta a superare tentazioni e momenti difficili; quelli in cui ci sembra che i nostri sforzi siano stati inutili, e che tanto vale lasciar perdere e tornare a comportarci come prima. Ma alla lunga l’impegno costante paga. E col tempo, visti i risultati, non è più una rinuncia. Bensì un viatico per la felicità.

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Orange Spritz Bar, la casa dello spritz è nel quartiere milanese di Porta Venezia

Marina Fiorucci e Filippo Bosio nell'Orange Spritz Bar

Marina de Bertoldi e Filippo Bosio nell’Orange Spritz Bar

Sedici diversi spritz, per tutti i gusti: è la ricetta del successo dell’Orange Spritz Bar, il nuovo locale di via Tadino, nel quartiere milanese di Porta Venezia.
Filippo Bosio, Ceo del locale, è un ex giornalista. E’ stato socio di una famosa catena di paninerie gourmet, ha svolto varie attività nel retail ed è amministratore delegato di un importante gruppo finanziario. Ha dato vita allo Spritz Bar insieme con Marina de Bertoldi, che gestisce il marchio LoveTherapy, creato nel 2003 da suo zio Elio Fiorucci, il famoso stilista.

Filippo è un uomo entusiasta, appassionato. E quando parla dell’Orange Spritz Bar è un fiume in piena: “Abbiamo un sacco di tipi di spritz – esordisce. – Abbiamo quelli bitterati amari, secchi, maschili, come il Rosso col Campari, il Classico con l’Aperol, il Milano col Cynar, il Veneziano col Select; e abbiamo quelli più dolci, femminili, come il Pinky, a base di passion fruit; o come il Laguna Blu, o il Melagodo. Che, come suggerisce il nome, viene fatto con un liquore alla mela, mixato al Prosecco”.

Filippo Bosio è di origine veneta. Suo padre è di Schio, da lui ha preso l’amore per il buon bere. In Veneto, tra l’altro, è nato lo spritz. “Alla metà dell’Ottocento, per essere precisi – spiega. – La parola viene dal verbo tedesco spritzen, spruzzare. Perché durante l’occupazione austroungarica i soldati spruzzavano acqua gassata nel vino bianco locale, per diluirlo. Era troppo forte, troppo alcolico per loro. Così è nato lo spritz”.

Da allora è diventato una bevanda celeberrima. Con varie declinazioni locali: a Brescia, ad esempio, si chiama Pirlo, ed è composto da vino bianco mischiato a Campari.
Ma nell’Orange Spritz Bar non si beve soltanto spritz. “Abbiamo i 20 cocktail Iba più famosi del mondo – dice con orgoglio Filippo Bosio. – Il Negroni, il Manhattan, il Mohito…”

E che tipo di clientela avete all’Orange Spritz Bar?

“Estremamente eterogenea. Tanti giovani, che vengono nel quartiere della movida rainbow, dove la comunità lgbtq+ conferisce un tocco speciale al quartiere. E sono giovani che scoprono nuovi gusti: magari conoscevano soltanto un paio di spritz, e restano sorpresi nel vedere che esistono tante variazioni. Ma abbiamo anche persone di mezza età e molte donne. Di solito bevono lo spritz fin verso mezzanotte, per poi passare a bevande con gradazione alcolica più elevata. E comunque lo spritz e i vari cocktail aiutano la conversazione e accorciano le distanze. Creano empatia, amicizia, senza correre il rischio di finire alticci”.

Il chewing gum alleato del benessere

Medici e specialisti affermano che il chewing gum può diventare un alleato del benessere

Medici e specialisti affermano che il chewing gum può diventare un alleato del benessere

Perfetti Van Melle apre le porte dello stabilimento e accende i riflettori sul chewing gum come alleato di benessere

 Per la prima volta, Perfetti Van Melle racconta “il chewing gum come non l’avete mai visto”: l’azienda ha accolto presso la sede di Lainate i principali media per aprire un nuovo capitolo della storia del chewing gum raccontando tutto sul prodotto, dalla sua preparazione, alle nuove frontiere della ricerca e dell’innovazione, il tutto in totale e completa trasparenza.

Esperti del settore medico – scientifico e rappresentanti aziendali si sono alternati nel fornire informazioni ufficiali, corrette, sostenute da dati e ricerche autorevoli per sfatare i principali falsi miti legati al prodotto, raccontandone invece l’importanza all’interno di uno stile di vita improntato al benessere. Gli ospiti hanno poi avuto la possibilità di visitare in esclusiva lo stabilimento Perfetti Van Melle di Lainate, ed osservare così da vicino l’impegno dell’azienda in qualità, innovazione e ricerca entrando nel cuore pulsante della produzione del chewing gum.

 Chewing gum reloaded segna ufficialmente l’avvio di un vero e proprio progetto educational a lungo termine, firmato Perfetti Van Melle, che mira a sensibilizzare a lasciarsi alle spalle le informazioni errate, i pregiudizi negativi e i falsi miti: un vero e proprio fresh re-start per il chewing gum, con una narrazione volta a rendere il consumatore sempre più consapevole rispetto ai suoi benefici, qualità, ed innovazioni”, commenta Corrado Bianchi, Amministratore Delegato Perfetti Van Melle, Abbiamo voluto  valorizzare la tecnica e la scienza che si nasconde dietro il prodotto, nell’ottica di quella trasparenza comunicativa che riteniamo parte della nostra responsabilità sociale verso il pubblico, i consumatori e tutti gli stakeholder. Nei nostri 76 anni di storia, abbiamo sempre affiancato modernità e tradizione, e vogliamo continuare a cogliere le sfide in termini di funzionalità dei prodotti e nuovi modi di comunicarli, per rimanere un punto di riferimento per i nostri consumatori”.

 MASTICARE PER IL SORRISO E LA SALUTE ORALE

La dottoressa Maria Grazia Cagetti, Professore Associato di Odontoiatria Pediatrica dell’Università degli Studi di Milano, ha raccontato attraverso studi autorevoli il ruolo dello xilitolo, ingrediente principe dei chewing gum, nella prevenzione della carie.

A differenza degli zuccheri naturali e dei dolcificanti, infatti, lo xilitolo non è metabolizzato dai batteri della placca, ed inibisce quindi la crescita dei batteri cariogeni riducendo la produzione di acido.

Il primo studio che ha valutato il potere cariogeno dello xilitolo è stato condotto a Turku, in Finlandia, alla fine degli anni ’60: centoventicinque soggetti adulti hanno sostituito il saccarosio nella loro dieta con lo xilitolo o il fruttosio per un periodo di due anni. L’incremento di carie nel periodo analizzato è stato nullo per chi aveva assunto unicamente lo xilitolo, ridotto per chi aveva assunto il solo fruttosio, decisamente più elevato per chi aveva continuato ad assumere il normale saccarosio.

Più recentemente, un gruppo di ricercatori di cui fa parte la professoressa Cagetti, ha svolto alcuni studi che hanno attestato l’efficacia per la salute orale del masticare chewing gum allo xilitolo

Nelle pubblicazioni del 2009 e del 2012, un gruppo di bambini in età scolare con alto rischio di sviluppo della carie ha masticato per sei mesi 2 chewing gum 5 volte al giorno, per un totale di 11,6g di xilitolo. Solo il 2,86% ha sviluppato lesioni da carie nello smalto dei primi molari (vs 16,66% del gruppo di controllo, che masticava chewing gum senza zucchero), e l’1,43% ha sviluppato lesioni da carie nella dentina dei primi molari (vs 10,26% del gruppo di controllo).

 Nel 2017, invece, uno studio ha coinvolto un gruppo di adulti, che hanno masticato per un anno chewing gum con basso dosaggio di xilitolo (2,5g al giorno), che hanno evidenziato un chiaro effetto di prevenzione nei confronti delle lesioni da carie nello smalto e nella dentina rispetto al gruppo di controllo che consumava chewing gum ai polioli.

 PULIZIA DEI DENTI, MACCHIE DENTALI, ALITO

 Il dottor Pier Francesco Porciani, medico-chirurgo, specialista in odontoiatria e protesi dentaria, si è invece focalizzato sul ruolo svolto dal chewing gum per aiutare ad eliminare i residui di cibo, prevenire o ridurre le macchie dentali e ridurre l’alito cattivo per periodi prolungati, campi in cui ha eseguito ricerche e pubblicato una serie di articoli scientifici.

L’azione meccanica della masticazione di un chewing gum, in particolare contenente microgranuli, può infatti aiutare nella rimozione dei detriti alimentari dalle superfici dentali, e in particolare dagli interstizi dentali. È vero, infatti, che la bocca pulisce naturalmente i residui di cibo, ma il chewing gum ne accelera il processo, e dopo soli 3 minuti i detriti rimanenti sono circa la metà di quelli che perdurerebbero senza utilizzare il prodotto.

Il chewing gum può inoltre avere un effetto sul bianco dei denti, grazie a ingredienti funzionali di grado alimentare. Studi pubblicati dal dr. Porciani hanno mostrato che l’esametafosfato, infatti, rallenta considerevolmente l’accumulo delle macchie, aiutando a preservare il bianco naturale dei denti, mentre il sodio tripolifosfato previene l’accumulo di macchie, riducendole globalmente nel tempo sia in intensità che in estensione. Uno studio di prossima pubblicazione, i cui risultati sono stati riportati in anteprima mostrerà un effetto similare ottenuto con potassio tripolifosfato, che oltre a prevenire e ridurre le macchie, ha un comprovato effetto sia sulle superfici esterne che su quelle interne dei denti.

 La maggior parte dei consumatori utilizza il chewing gum per la sua freschezza, per un effetto di alito profumato. Anche questo ha delle evidenze scientifiche: lo xilitolo, ad esempio, presente in piccoli cristalli nel confetto, sciogliendosi nella saliva durante la masticazione assorbe calore, abbassando quindi la temperatura del cavo orale in maniera transitoria.

La sensazione di freschezza, data ad esempio dal mentolo, può durare anche mezz’ora, e l’alito può essere purificato in maniera più intensa e duratura (fino ad un’ora dopo) aggiungendo alla gomma degli ingredienti funzionali, come ad esempio zinco e magnolia.

 BENESSERE A 360 GRADI, OLTRE IL CAVO ORALE

I benefici del chewing gum, come raccontato da Andrea Sarrica, Group Research & Scientific Affairs Senior Manager Perfetti Van Melle, si riflettono non solo sulla salute orale come testimoniano studi recenti eseguiti da ricercatori in tutto il mondo.

Masticare chewing gum, aiuta a mantenere alte le performance cognitive e dunque gli stati di attenzione e allerta, effetto possibilmente generati da un lieve incremento della frequenza del battito cardiaco e del flusso sanguigno al cervello. La masticazione è stata anche associata al rilascio di insulina e all’ attivazione della corteccia prefrontale ed altre aree del cervello.

 Il chewing gum è inoltre un prezioso alleato per la ripresa della motilità intestinale dopo un parto cesareo: studi clinici hanno attestato che le neomamme che masticavano chewing gum mostravano in media una riduzione di 7 ore nell’espulsione del primo gas intestinale, con il 60% di casi in meno di ostruzione post-operatoria e in media 8 ore in meno di permanenza in ospedale. Moltissimi altri studi, inoltre, trovano risultati simili anche dopo ulteriori tipologie di operazioni chirurgiche.

 Masticare chewing gum ha poi un effetto calmante prima di un intervento chirurgico: chi ha fatto uso del prodotto, è risultato meno ansioso rispetto a chi non masticava chewing gum. Inoltre, volume ed acidità dei succhi gastrici sono indistinguibili tra chi ha masticato e chi no. Questo studio, e altri, evidenziano quindi che la masticazione di chewing gum non porta ad acidità di stomaco.

 Infine, l’utilizzo del chewing gum durante un’attività sportiva leggera, come ad esempio una camminata, porta a percorrere in media distanze leggermente più lunghe e a bruciare il 5% di energia in più.

 I TREND DI INNOVAZIONE STUDIATI IN PERFETTI VAN MELLE

 Il settore confectionery è un ambito molto dinamico con alto tasso di innovazione, proprio per la necessità di mantenere alta l’attrattività del prodotto per i consumatori e soddisfare le loro esigenze di benessere che si evolvono rapidamente.

Martin Walzl, Chief Research & Development del Gruppo Perfetti Van Melle, che guida un team centrale di 90 persone e oltre 600 in 15 Paesi nel mondo, ha evidenziato i numerosi ambiti di ricerca e studio: da ingredienti e formulazioni sempre più funzionali per la salute e il benessere, alla sostenibilità di materie prime e materiali di imballo. L’innovazione genera annualmente circa il 20% del fatturato del Gruppo.

 UN CONCENTRATO DI COOLNESS IN UN CONFETTO

Serena Zaffaroni, Marketing Manager Perfetti Van Melle, si è infine focalizzata sugli aspetti più lifestyle del prodotto: il chewing gum, nel corso della sua storia, si è evoluto non solo dal punto di vista dell’immagine, ma soprattutto nel suo ruolo per la vita dei consumatori, fino a diventare l’alleato numero uno per l’igiene orale fuori casa.

 Ciò che non è cambiato è il suo essere protagonista nella comunicazione: il prodotto si è infatti sempre distinto per la creatività e l’impatto volti a spiccare e distinguersi in un panorama affollatissimo, intrattenendo i consumatori in modo ironico nel raccontarsi.

Una spinta ancora più forte nella comunicazione di oggi, fatta di sperimentazione e progetti fuori dall’ordinario per continuare a proporre il chewing gum come un prodotto sempre giovane, e sempre coinvolgente per le nuove generazioni.