Best Western Plus Hotel Galles di Milano: così si riapre in piena sicurezza

Il Best Western Plus Hotel Galles di Milano

Il Best Western Plus Hotel Galles di Milano

BestHa riaperto in sicurezza lo scorso 4 maggio Best Western Plus Hotel Galles, 200 camere in Piazza Lima di proprietà di Filippo Seccamani Mazzoli, dopo una chiusura straordinaria e impensabile fino a qualche giorno prima, di 42 giorni, la più lunga registrata in oltre 30 anni di attività.

Il ritorno all’attività è avvenuto in piena sicurezza per lo staff e per gli ospiti che stanno tornando a soggiornare in albergo. Best Western Plus Hotel Galles ha infatti aderito al protocollo Special Protection BWH, un rigoroso programma che prevede igiene e sanificazione, ricorso alla tecnologia e assicurazione.

“La decisione di chiudere è stata ponderata ma di fatto inevitabile per le incertezze sulla durata del lockdown, per contribuire a contenere gli effetti del contagio e per proteggere i componenti del nostro staff. – afferma Filippo Seccamani Mazzoli – il tempo della chiusura è stato però un investimento: in formazione, in programmazione e lavorando in back office con i nostri responsabili di reparto tramite riunioni virtuali e video call.

Sono molto orgoglioso del lavoro svolto: abbiamo riaperto nei tempi previsti in perfetto allineamento con le linee guida di protezione. Grazie a Special Protection il protocollo che ci ha proposto BWH Hotel Group, catena cui l’hotel è affiliato dal 1999, abbiamo tradotto le indicazioni in concreti momenti di comunicazione e distanziamento perfetti per la ripartenza.”

Le nuove disposizioni sono visibili fin dall’ingresso in hotel: la reception evidenzia il distanziamento grazie a cordoni e a segnaletica orizzontale, una serie di adesivi rossi posti sul pavimento. Sul banco i parafiati proteggono clienti e staff. Il protocollo di protezione prevede inoltre che le operazioni che tradizionalmente si svolgono alla reception trovino nel digitale il loro compimento: check-in e check-out, pagamento attraverso un semplice link nell’email, comunicazione con lo staff tramite chatbot sono solo alcuni esempi di quanto l’innovazione tecnologica sia efficace in questa fase.

I posti sui divani nella hall sono contingentati. Ovunque gli ospiti e i visitatori possono approfittare dei gel a base alcolica. Il ristorante La Terrazza riprende l’attività nel rispetto di tutte le direttive per la somministrazione di alimenti con tavoli distanziati ed esclusivamente servizio al tavolo. Al momento palestra e centro benessere sono chiusi.

Anche un’assicurazione sanitaria al Best Western Plus Hotel Galles di Milano 

Ultimo aspetto ma non meno importante, l’assicurazione sanitaria. Tutti gli ospiti che soggiorneranno al Best Western Plus Hotel Galles a partire dal 1 giugno 2020 godranno di copertura per assistenza sanitaria valida per l’intera durata del soggiorno in hotel, dal momento del check-in fino al check-out. Le garanzie incluse sono rivolte alla salute della persona e comprendono: consulenza e assistenza medica telefonica e in presenza, copertura delle spese mediche, eventuale rientro al domicilio e rimborso di spese di forzata permanenza in caso di accertata positività al Covid19.

Best Western Plus Hotel Galles ha inoltre aderito alla soluzione Smart Working Room: le camere dell’hotel diventano uffici perfettamente equipaggiati, silenziosi e dotati del massimo della privacy e sono pensate per chi, dopo mesi di home office forzato con tutto ciò che questo comporta, devono tornare alla normalità della loro attività professionale.

Special Protection BWH poggia su cinque pilastri, ognuno di essi cruciale per un produttivo e sicuro ritorno all’attività: sanificazione e igiene delle strutture, procedure per lo staff, dispositivi e suggerimenti utili al cliente, innovazione tecnologica e copertura assicurativa.

Mario Furlan, life coach – Sei una patata, un uovo o un chicco di caffé?

Cosa sei: una patata, un uovo o un chicco di caffé?

Come reagisci alla crisi economica causata dal coronavirus: come una patata, un uovo o un chicco di caffé?

Una domanda che come life coach mi chiedono spesso è: Mario, secondo te questa pandemia, e la crisi economica e sociale che ne seguirà, ci farà diventare migliori o peggiori?
La risposta è: dipende.
Non dipende solo da come andranno le cose, in Italia, in Europa o nel mondo. Ma dipende anche, e soprattutto, da come tu sarai capace di reagire a questa crisi. Che colpirà, economicamente, almeno i due terzi della popolazione.
Qualcuno si lascerà travolgere dalla disperazione. Come l’imprenditore di Napoli, che si è suicidato.
Qualcun altro sarà furente. Ce l’avrà a morte con il Governo, con la Regione, con l’Europa, con il mondo intero, con il Padreterno… e vorrà sfogare la sua rabbia con la violenza, fisica o verbale. Di persona, o sui social. Il che non servirà a niente, se non a produrre ancora più sofferenza e a metterlo nei guai con la legge.
Qualcun altro ancora, invece, farà l’unica cosa intelligente e produttiva possibile: prenderà, realisticamente, atto della situazione e cercherà di ricavarne il meglio. Per lui, e per gli altri.
A questa domanda rivoltagli dalla figlia – il coronavirus ci farà diventare migliori o peggiori? – un padre chef le fece vedere tre pentole sul fuoco. Nella prima ci mise dentro delle patate; nella seconda delle uova; nella terza una manciata di chicchi di caffè. Dopo 20 minuti di ebollizione spense il fuoco.
Le patate erano diventate molli: bastava toccarle che si sfaldavano.
Le uova erano diventate verdi e dure: immangiabili.
I chicchi di caffè, invece, avevano rilasciato un eccellente aroma. E avevano dato vita a qualcosa che prima non c’era: a un profumatissimo caffè.
Ci sono persone che, gettate nell’acqua bollente della crisi, come le patate si sbriciolano e si frantumano. Non reggono la pressione, e cedono. Come quel povero imprenditore.
Ci sono altre persone che, come le uova, reagiscono indurendosi. Incattivendosi. Diventando verdi di rabbia e livore. E se la prendono con tutti, maltrattandoli.
Altri ancora, invece, sono come i chicchi di caffè. E’ proprio l’acqua bollente della crisi che fa emergere le loro qualità migliori. Sono gli unici che con la pandemia diventano migliori. Il terribile choc causato dal coronavirus produce inevitabili cambiamenti in tutti noi. Ma per qualcuno sono negativi. Mentre per altri sono positivi.
E tu, come reagirai alla crisi che sta arrivando? Come le patate, come le uova o come i chicchi di caffè?

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Mauro Bonati di Yakult: “La nostra è una missione”

Mauro Bonati, Direttore generale di Yakult Italia

Mauro Bonati, Direttore generale di Yakult Italia

Tutte le Aziende commerciali hanno un propria mission, ma è davvero difficile trovarne una con un vero e proprio spirito missionario. Sarà per le sue origini giapponesi o per il suo fondatore – un medico e scienziato dell’università di Kyoto, che Yakult può definirsi una “Missionary Company”?

Lo chiediamo a Mauro Bonati – Direttore Generale di Yakult Italia: “ Lo spirito missionario di Yakult è il marchio di fabbrica del suo fondatore Dr. Minoru Shirota, che nei primi anni ’30 si pose l’obiettivo, attraverso un lungo percorso di ricerca microbiologica all’avanguardia, di affrontare la piaga delle infezioni intestinali che nel primo dopo-guerra flagellava la popolazione giapponese e in particolar modo i bambini. Il Dr. Shirota riuscì così ad isolare e coltivare un particolare fermento lattico, che poi prese il suo nome (L. casei Shirota), in grado di resistere ai succhi gastrici e di raggiungere vivo e attivo l’intestino, dove svolge le sue azioni benefiche. La specificità di Yakult risiede  nel fatto che, prima ancora del salto alla dimensione industriale che la proietterà in ambito multinazionale, il Dr. Shirota definisce i tre fondamenti della filosofia di Yakult , chiamati successivamente  Shirot-ismi: 1) promuovere la medicina preventiva attraverso l’alimentazione, un  concetto assai all’avanguardia per l’epoca. 2) un intestino sano porta ad una vita più lunga e più sana, anche questa un’intuizione pionieristica 3) portare la salute ad un prezzo abbordabile e al più alto numero di persone, che identifica lo spirito missionario dell’azienda sin dalla nascita.
Tale spirito fu coerentemente applicato in un modello di business assai inclusivo, per coinvolgere le donne, che rappresentavano l’anello debole dal punto di vista occupazionale, con l’obiettivo di distribuire quotidianamente il prodotto fresco ai clienti con un sistema porta a porta. Quelle che ancor oggi vengono chiamate Yakult Ladies svolgono altresì un ruolo sociale nel mantenimento di una relazione di “caring” costante con i propri clienti e questo vale in particolar modo nelle provincie rurali e presso gli anziani. Nel mondo le Yakult Ladies sono oggi più di 80.000 di cui 34.000 solo in Giappone.

Sembra quindi che Yakult sia stata modellata attorno a principi che non mettono al centro il profitto?
“Certamente – risponde Mauro Bonati – i risultati economici sono fondamentali per consentire di proseguire la missione del Fondatore, ma lo sono in egual misura i principi etici su cui si basa la strategia aziendale. “Working on an Healthy Society” per noi significa principalmente promuovere stili di vita sani attraverso la corretta alimentazione, una costante attività fisica e l’offerta di prodotti studiati per le diverse esigenze di benessere dei nostri consumatori. Questo è l’impegno che ha caratterizzato la nostra comunicazione fin dall’inizio dell’esperienza italiana dal 2007, in una collaborazione costante con i soggetti istituzionali, la scuola, la comunità scientifica e il mondo dell’associazionismo.

Francesco Sacco, il cantautore di Berlino Est

 

Il cantautore milanese Francesco Sacco

Il cantautore milanese Francesco Sacco

Francesco Sacco è un giovane cantautore emergente milanese. In aprile è uscito il suo primo singolo, “Berlino Est”, e oggi, 8 maggio, è uscito il secondo, “A Te”. Il 22 maggio uscirà invece il suo primo disco, “La Voce Umana”.

“Il titolo del disco è una citazione tratta dall’omonima opera teatrale di Jean Cocteau” spiega Francesco, la cui cultura si evince dai testi delle sue canzoni. A cominciare da “Berlino Est”: “Mi sono ispirato alla città tedesca divisa da un muro, ma non c’entra la politica: è un brano che parla di un litigio di coppia, e della difficoltà ad abbattere il muro di incomprensione per porre fine alla litigata” dice. Infatti il testo parla di “faccia da Berlino Est”: una faccia perplessa, difficile da definire. E poi di “denti da San Francisco”: un riferimento al sorriso della moglie Giada (Vailati, coreografa), che ha uno spazio tra i due incisivi. E al Golden Gate Bridge della città californiana.

Giada è una figura centrale nella produzione artistica di Francesco. “A Te” è dedicato a lei. “Mi hanno chiesto se c’entri l’omonima canzone di Jovanotti; la risposta è no, perché ascolto pochissimo pop” ride. E aggiunge: “A Te è un brano in controtendenza nel mio panorama musicale. Perché è la prima canzone che ho scritto quando stavo bene. Tutte le altre sono nate in momenti di sconforto”.

Nato a Milano, cresciuto a Novara e infine ritornato nella metropoli lombarda, Sacco ha iniziato con la chitarra classica e gli esami al Conservatorio, per poi scoprire il blues e il rock dei Led Zeppelin.  “Per un periodo ho ascoltato soltanto la musica degli anni 1965-1977” dice sorridendo. Ha prodotto colonne sonore, è stato produttore musicale, ha scritto per la rivista Rolling Stone. E ora si propone con decisione come cantautore. “E’ la mia vocazione – dice – e voglio seguirla per essere fedele a me stesso”.

Mario Furlan, life coach – Cosa fare di fronte alla tragedia

Walker, ViceCoordinatore dei City Angels di Campomarino, in un momento felice

Walker, ViceCoordinatore dei City Angels di Campomarino, in un momento felice

L’ultima settimana è stata particolarmente difficile per me. Perché nell’arco di cinque giorni sono morti sia mio padre, sia un caro amico: Walker, il ViceCoordinatore dei City Angels di Campomarino. Il primo di tumore al cervello, il secondo di coronavirus.
Parlarti di motivazione e fare il life coach e il motivatore può essere difficile quando ti senti a terra. Ma credo che proprio questa situazione possa aiutarmi e aiutarti a comprendere meglio cosa è bene fare in casi del genere.
Innanzitutto sfatiamo il mito che sia possibile essere sempre carichi e motivati. Non è vero. In questo momento, pur essendo un motivatore e un life coach, mi sento piuttosto scarico e demotivato. Come recita l’Ecclesiaste nella Bibbia, per ogni cosa c’è il suo tempo. C’è un tempo anche per il lutto e per il dolore.
Va rispettato.
Quello che possiamo fare non è eliminare questo tempo: non è possibile, e non sarebbe nemmeno giusto. Sarebbe inumano. Ma possiamo ridurre il tempo della inevitabile sofferenza. Anziché starci male per settimane, mesi o – come capita ad alcuni – per il resto della vita, possiamo soffrire per un periodo molto più breve.
Quando mio padre è morto, martedì scorso, mi sono sentito scosso. Sradicato. Rintronato.
Sono rimasto a casa con mia madre e i miei fratelli dal mattino, quando è deceduto, fino al pomeriggio. Muto. Avvolto nei miei pensieri. Poi sono andato a fare la spesa per mia madre. E al supermercato mi sono concentrato su ciò che dovevo prendere. Poi ho cominciato a pensare a quanto avrei dovuto fare l’indomani, e nei giorni successivi.
Se avessi continuato per giorni a rimuginare il dolore della perdita di mio padre, e poi quello della perdita dell’amico City Angel, non avrei la forza di parlare ora con te. E allora, quando mi capita una disgrazia tra capo e collo, faccio così: mi trincero nel mio dolore per qualche ora. Piango: non mi vergogno a dirlo. E le lacrime mi aiutano a scaricare la tensione. Dopodiché le asciugo e mi concentro su due cose.
La prima: cosa posso imparare da quanto è successo. E cosa posso fare, in questi due casi specifici, per tenere viva la memoria della persona cara che mi ha lasciato.
La seconda: cosa posso fare per rendermi utile. E per continuare a vivere. Se non fossi andato a fare una cosa banale come la spesa perché chiuso in camera a singhiozzare avrei causato un problema a mia madre anziana, che non può uscire di casa.
L’incontro con la morte ci può aiutare a vivere meglio. Perché ci ricorda di quanto sia breve la nostra vita. E di quale sia la nostra missione da compiere qui, su questo pianeta, prima di lasciarlo.

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Micol Martinez, la musicista dei “buoni spropositi”

Micol Martinez sulla copertina dell'album "I buoni spropositi"

Micol Martinez sulla copertina dell’album “I buoni spropositi”

I buoni spropositi”, il terzo album della cantautrice milanese Micol Martinez, è dal 18 marzo in tutti i digital store. Come mai, le chiedo, l’hai fatto uscire proprio nel mezzo dell’emergenza Coronavirus? Non sarebbe stato meglio rimandare a tempi migliori?

“Per un momento ho pensato di posticipare l’uscita, ma poi mi sono detta che sarebbe stato un atto egoistico – dice Micol Martinez. – So che c’è chi lo stava aspettando, e l’ho fatto per loro. Certo, la promozione è difficile in questo periodo: basti pensare all’impossibilità di fare concerti live. Ma mi è sembrato giusto così”.

Micol Martinez è una donna coraggiosa, tenace, tutta d’un pezzo. È musicista, attrice e scrittrice. “Mi reputo molto complessa – dice. – Non amo la superficialità, amo andare in profondità nelle questioni. Ma non posso buttare la mia complessità addosso agli altri; per questo ho imparato a semplificare le cose complesse, per farmi capire da tutti”.
“I buoni spropositi” è l’album più semplice, lineare, immediato di Micol. I primi due, “Copenhagen” del 2010 e “La testa dentro” del 2012, sono più complessi. Dal punto di vista ritmico, armonico ed emozionale. “Non che il nuovo album sia così facile, ma è più facilmente fruibile degli altri” assicura.
Come mai “Copenhagen”, il nome di una città, per il tuo primo album? Hai vissuto nella capitale della Danimarca, o ci vai spesso?
Micol Martinez ride: “No, non ci sono mai stata, sto provando ad andarci da 10 anni e proprio il non conoscerla mi ha permesso di immaginarci dentro qualunque cosa. Ad esempio un uomo senza la spina dorsale, che è diventato anche un fumetto: simboleggia la mancanza di coraggio nell’amare. Non riesce ad amare una donna, e la uccide”.

Sei profonda e complessa: come ti trovi i quest’epoca in cui regnano superficialità e ignoranza, soprattutto sui social?
“Non la sento mia. So, ad esempio, che dovrei prestare più attenzione ai social: per un’artista sono fondamentali. Ma preferisco il contatto dal vivo, e non mi piace l’odio che purtroppo si trova online”.
Traduci testi di psicoanalisi. Come mai?
“Perché ho una grande passione per la psicologia. Ho fatto il Liceo linguistico, e poi Scienze della comunicazione all’università: quindi conosco le lingue e, pur non essendo psicologa, mastico la materia. Anzi: dopo tanti anni di traduzioni credo di poter passare qualche esame…”
In questo momento terribile hai voluto dare il tuo contributo con la tua versione, un po’ inglese e un po’ italiana, della famosa “We shall overcome”, il canto di liberazione dei neri americani scritto e cantato da Joan Baez…
“Sì: ho voluto portare un messaggio di speranza in questo periodo così cupo. We shall overcome: noi ce la faremo, a vincere il Coronavirus!”

Ecco la cover Micol Martinez di “We shall overcome”: https://youtu.be/PfTQdvBz6vM

Mario Furlan, life coach – Coronavirus: i nostri due errori

Mario Furlan davanti a un centro d'accoglienza per senzatetto dei City Angels

Mario Furlan davanti a un centro d’accoglienza per senzatetto dei City Angels

Possiamo commettere due errori in queste settimane di allarme da coronavirus.
Il primo è lampante. Lo conosciamo tutti: è infischiarsene delle regole. Comportarsi come se nulla fosse, da incoscienti: “Tanto sto bene”, “Tanto a me non succede nulla”. Questi irresponsabili vengono, giustamente, sanzionati.
Il secondo errore è nascosto. Può addirittura sembrare una qualche forma di virtù portata all’eccesso. O un innocente eccesso di zelo. Ma è uno sbaglio anch’esso. Sto parlando del nostro vizio di vedere il male dappertutto. Anche dove non c’è. E quindi di vedere trasgressori scervellati e da punire ovunque. Anche dove non ci sono.
Ieri, a Milano, stavo andando a prestare servizio presso uno dei centri d’accoglienza per senzatetto dei City Angels, l’associazione da me fondata. Indossavo un giaccone sopra la felpa rossa d’ordinanza, non avevo il basco blu in testa. Sotto un balcone sento una signora dire acida, ad alta voce, riferito evidentemente a me che ero l’unico che stava passando: “Ecco un altro coglione che se ne frega degli altri!”
Mi sono sentito ferito. Così mi sono fermato, ho guardato insù, ho sbottonato il giaccone per mostrare la felpa dei City Angels e ho detto: “Signora, non me ne frego degli altri. Sto andando ad aiutarli. Sono dei City Angels”.
Lei ha capito. E ha chiesto scusa.
Abbiamo il pessimo vizio di giudicare – e di giudicare male – prima di avere capito. Prima di avere raccolto sufficienti informazioni. Nel dubbio, pensiamo male. E accusiamo.
Come quella madre che chiese alla figlia, una bambina, di prendere due mele dal cesto: “Una è per te e una è per me” le disse.
La piccola prese le mele e diede un morso prima a una e poi all’altra.
La madre restò esterrefatta. “Ho creato un mostro! – si disse. – Una creatura egoista e gretta, che vuole tutto per sé e non lascia nulla agli altri. Nemmeno a me, che sono sua madre!”
Si stava chiedendo dove avesse sbagliato nell’educarla, quando la bimba le porse una delle due mele: “Mamma, questa è la più dolce. E’ per te!”
Prima di pensare male degli altri, fermiamoci a pensare.
Commetteremo meno errori.

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Mario Furlan, life coach – Siamo in guerra. Ed è tempo di eroi!

Bergamo: i City Angels alla mensa dei poveri

Bergamo: i City Angels in servizio quotidiano alla mensa dei poveri

Chi sono gli eroi?
Sono persone ordinarie che fanno cose straordinarie.
Hanno paura, come tutti noi. Ma  vincono la paura, per fare ciò che sanno essere giusto. Per rendersi utili. Per aiutare. Per salvare.
Un colorito proverbio napoletano recita così: quando il mare è calmo, ogni strunzo è marinaio. Infatti è con la tempesta che si vede chi sa navigare davvero. Ed è soprattutto nei momenti più difficili che si vede di che pasta siamo fatti. C’è chi scappa. Chi si lascia travolgere dal panico. E chi, invece, resta calmo. E fa il suo dovere.
In questi giorni siamo in guerra contro il Coronavirus. E’ una guerra contro un nemico tanto invisibile quando insidioso e letale, che sta seminando panico e morte nel mondo.
Ed è in guerra che emergono gli eroi. Nel 1940 Winston Churchill ebbe la forza d’animo di sfidare Hitler, quando tutti volevano arrendersi. Oggi abbiamo eroi come Giampiero Giron, il medico di 85anni che dalla pensione è tornato in ospedale, vista la terribile emergenza. Alla sua età rischia. E molto. Ma il dovere lo chiama. E non si tira indietro. Come i nostri straordinari medici e infermieri, che si stanno prodigando con turni massacranti per salvare vite.
Se penso ad eroi di oggi che conosco di persona mi vengono in mente i City Angels di Bergamo, la città epicentro di questa pandemia. Ogni giorno, 7 giorni su 7, portano la spesa e i farmaci agli anziani soli, che non possono uscire di casa. Tantomeno in queste settimane. Inoltre gli Angeli, a pranzo e a cena, tengono aperta la mensa dei poveri vicino alla stazione. Per far sì che anche in questo periodo terribile i più deboli possano mangiare. Ad ogni pasto arrivano dalle 100 alle 200 persone. E capita che, soprattutto alla sera, i volontari abbiano a che fare con balordi, ubriachi e violenti. Che si rifiutano di tenere la distanza di sicurezza. O che scatenano risse. Riportarli alla ragione, o allontanarli, per giunta senza avvicinarsi troppo a loro non è per niente facile…
In questa situazione i City Angels hanno paura. Come chiunque, al loro posto. Molti, al loro posto, mollerebbero. Ma loro no.

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Mario Furlan, life coach – Come il virus ci cambia

La pandemia ci ha fatto riscoprire il patriottismo

La pandemia di Coronavirus ci ha fatto riscoprire patriottismo e solidarietà

L’essere umano tende, per natura, ad essere conservatore. A non uscire dalla sua zona di agio. E ad andare avanti come ha sempre fatto.
Per cambiare ci vuole fatica. E ci vuole, spesso, uno choc. La pandemia di Coronavirus, con la, ahimè, inevitabile recessione economica che ne seguirà – è uno choc di proporzioni enormi. Per tutti noi.
Può cambiarci in peggio. Rendendoci più chiusi. Più egoisti. Più meschini. Come nazione. E come persone. Il presidente Donald Trump ha cercato di comprare, in esclusiva per gli Usa, il vaccino da una casa farmaceutica tedesca. Non si tratta più di “America first”, ma di “America only”: esistono solo gli americani, e il resto dell’umanità si arrangi. Nei momenti di panico in alcuni si scatena, infatti, una tendenza a pensare solo a se stessi e ai propri cari: io speriamo che me la cavo. Sulla tolda del Titanic che stava affondando i passeggeri si prendevano a pugni per poter salire sulle poche scialuppe rimaste: faremo come loro? Ci scanneremo tra nazioni e tra persone, senza renderci conto che siamo tutti nella stessa barca che sta imbarcando acqua?
Oppure il Coronavirus può cambiarci in meglio. Facendoci riscoprire il valore della solidarietà: io ti aiuto volentieri, sapendo che tu, a tua volta, mi aiuterai. Noi City Angels stiamo ricevendo molte offerte di aiuto da parte di tanti: chi ci vuole regalare cibo per i senzatetto, chi le mascherine, chi vuole fare volontariato con noi…
Stiamo già diventando più patriottici, e questo è un bene: si vedono bandiere italiane sventolate dai balconi, ci sentiamo parte di un grande popolo che sta lottando insieme. Il patriottismo è ben diverso dal nazionalismo: non è ostile verso gli altri popoli, ma se può li aiuta.
Inoltre, una volta che la pandemia sarà terminata, potremo cambiare in meglio riassaporando l’inestimabile valore della normalità. Torneremo ad apprezzare, a gustare, a valorizzare la nostra vita quotidiana. Ad essere felici di fare cose semplici, banali, eppure fondamentali: poterci spostare, stare insieme, abbracciare.
Purtroppo capiamo il valore di ciò che abbiamo, e di chi abbiamo, soltanto quando li perdiamo. E ritrovarli è come rinascere.

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Massimo Iondini, il giornalista che ci fa riscoprire la Paola di Lucio Dalla

Il giornalista di Avvenire Massimo Iondini

Il giornalista di Avvenire Massimo Iondini

Chi lo sa che Lucio Dalla è diventato un gigante della musica italiana anche grazie ad una donna?
Non lo sa quasi nessuno. Proprio per questo il giornalista Massimo Iondini, redattore del quotidiano Avvenire, ha scritto un libro su Paola Pallottino, la paroliera che ha scritto alcuni dei testi più intensi delle canzoni di Dalla. Primo fra tutti, quello di 4 marzo 1943. Così è nato “Paola e Lucio – Pallottino, la donna che lanciò Dalla”, con prefazione di Gianni Morandi. Non a caso, il libro è uscito lo scorso 4 marzo, anniversario della nascita del grande Lucio.
“Agli albori della sua carriera Dalla era quasi osteggiato – ricorda Iondini. – La sua matrice jazzistica rendeva le sue canzoni di difficile fruizione, la sua musica era ostica. Poi è arrivata Paola, che gli ha dato una marcia in più. Con i suoi testi ha aggiunto carica poetica, forza metaforica e immaginifica, ambientazioni nuove e diverse. Lucio era già un grande; Paola gli ha dato quella spinta che gli serviva per diventarlo ancora di più”.
Paola Pallottino, che il 9 aprile compirà 81 anni, era figlia del grande archeologo Massimo, fondatore della moderna etruscologia. A casa sua era un viavai di gente colta. Così Paola respira la cultura sin da bambina, e la trasmette al suo amico Lucio. Iniziano con Orfeo bianco, di cui in aprile ricorre il 50esimo anniversario, per proseguire conAfrica. Ma il grande balzo arriva con la celeberrima 4 marzo 43, il brano cantato al Festiva di Sanremo nel 1971.
“Inizialmente doveva chiamarsi Gesù bambino, ma la censura della Rai e del Festival vollero a tutti i costi cambiare il titolo. Così Lucio lo trasformò nella sua data di nascita. Perché? Perché la canzone parla di una ragazza madre. E Lucio aveva perso il padre a 7 anni – spiega Massimo Iondini. E aggiunge: “Paola mi ha confidato di avere scritto la canzone per risarcire Lucio di quella terribile perdita. Ma anche lei, in fondo, è stata orfana. Perché sua madre era malata, e la sua famiglia venne divisa. Il fratello con la mamma, lei e la sorella dalla nonna”.
Massimo Iondini è andato a spulciare i giornali di quel febbraio del ’71. E ha avuto la conferma che quella canzone ha fatto rumore sin dalla prima volta che venne cantata. Era il venerdì sera del Festival. “Ne parlavano tutti, ma proprio tutti: fu la canzone più famosa del Festival, anche se i vincitori furono Nada e Nicola di Bari con Il cuore è uno zingaro” racconta Iondini. I motivi che diedero fama e consenso immediato al brano furono due: l’argomento, scabroso per quegli anni. Tant’è vero che una ragazza madre scrisse al Festival per ringraziare Dalla. E perché musica e testo erano rivoluzionari. “Per la prima volta il Festival della canzonetta arrivava alle vette della poesia” sorride Massimo. Che snocciola episodi oggi poco conosciuti, o dimenticati, della vita di Dalla:  “Prima di quel febbraio 1971 Lucio era noto soprattutto come conduttore di un programma della Tivù dei ragazzi, intitolato Gli eroi di cartone. Cantava la sigla iniziale, Fumetto, e ne era l’anima. Scelta azzeccata: Lucio era, infatti, un fumetto in carne e ossa”. Iondini ricorda di quando, a 6 anni, vedeva Dalla in quel programma per bambini. E rimpiange quei tempi, musicalmente parlando: “Perché allora le case discografiche, una volta identificato un talento, non pretendevano che avesse subito successo: Dalla ha dovuto sfornar sei dischi prima di diventare noto. Oggi, invece, o sfondi al primo colpo, o ti mollano!”