Mario Furlan, life coach – Le tre cose per cui val la pena vivere

Mario Furlan, life coach e fondatore dei City Angels

Mario Furlan, life coach e fondatore dei City Angels

Perché molti muoiono pochi anni dopo essere andati in pensione, o dopo aver perso il partner di una vita?
Perché la vita appariva loro priva di senso. Vuota. Inutile. E dal momento che tutto, in natura, deve avere il suo perché, madre natura ha lasciato che si spegnessero.
Sono tre, infatti, le cose che danno un senso alla nostra vita, e la rendono degna di essere vissuta.
1) Avere qualcosa da fare.
Qualcosa di bello, appassionante, entusiasmante.  Che riempia la nostra giornata e, quando cala la sera, ci faccia sentire gratificati. Perché l’abbiamo trascorsa con gusto, e sfruttata al meglio;
2) Avere qualcuno da amare.
Che sia un partner, un figlio, un amico del cuore, abbiamo tutti bisogno di non sentirci soli, isolati. La felicità è davvero tale solo se condivisa;
3) Avere qualcosa in cui sperare.
Guai a non avere sogni da realizzare, obiettivi da raggiungere, traguardi da tagliare: significa non avere una motivazione che ci spinge ad andare avanti.
Per questo ti auguro di avere, sempre, queste  tre cose nella tua vita. Per renderla felice, serena. Una vita che valga la pena vivere. E che, una volta giunta al termine, possiamo lasciare senza rimpianti.

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Mario Furlan, life coach – Siamo schiavi delle nostre abitudini

Una tradizione da abolire: il Festival della carne di cane a Yulin, in Cina

Una tradizione da abolire: il Festival della carne di cane a Yulin, in Cina

Siamo il prodotto delle nostre abitudini. Siamo abituati a svegliarci in un certo modo; a fare colazione in un certo modo; ad andare al lavoro in un certo modo; a divertirci in un certo modo; a fare sesso in un certo modo; ad andare a letto in un certo modo. E anche a comportarci, a reagire, a interagire in un certo modo. Giusto o sbagliato, produttivo o improduttivo che sia.
Alcune abitudini sono positive. Altre no. Sei, ad esempio, sempre in ritardo? Ti arrabbi, o ci soffri, quando ti fanno notare i tuoi errori? Basta poco per gettarti nello sconforto? Anche questo è il prodotto, oltre che del tuo carattere e della tua indole, delle abitudini.
Lo so: cambiare le abitudini è molto difficile. Perché soddisfano, seppure in negativo, alcuni nostri bisogni. E allo stesso modo è difficile, per i popoli, cambiare le loro tradizioni. Che non sono altro che abitudini popolari.
E’ molto arduo anche cambiare le abitudini – pardon, tradizioni – orripilanti. Proprio in questi giorni a Yulin, in Cina, si sta svolgendo l’ennesima edizione del Festival degli orrori: il Festival della carne di cane. Ogni anno, dal 22 al 2 luglio, vengono torturati, squartati e mangiati oltre 10mila cani, molti dei quali rapiti ai loro padroni. Il tutto in condizioni igieniche da voltastomaco. Simili a quelle del “wet market” di Wuhan, da cui si è diffuso il Coronavirus. Wet market significa “mercato bagnato”: bagnato, per l’appunto, dal sangue degli animali che vengono tagliati e spellati, vivi, sulle bancarelle del mercato.
E’ qualcosa di allucinante. Che suscita scandalo in tutto il mondo. Che, però, prosegue. Anno dopo anno. Perché? Perché è diventato, negli anni, una tradizione. E cancellare le tradizioni è come cancellare le abitudini: difficilissimo.
Proponiti di cambiare le tue abitudini distruttive. Non tutte insieme: non ce la faresti. Ma una per volta. Giorno per giorno. Come si fa? Devi associare un’emozione dolorosa all’abitudine da cambiare. E una piacevole all’abitudine da installare al suo posto.
Solo così, usando le nostre emozioni, possiamo cambiare in meglio. E soltanto suscitando forti ondate emotive, mostrando video e foto raccapriccianti e sull’onda della paura del Coronavirus, si riuscirà, prima o poi, ad abolire l’osceno Festival di Yulin.

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Mario Furlan, life coach – Dimmi quanto sono grandi i tuoi problemi, ti dirò quanto sei grande tu

Mario Furlan, life coach e scrittore motivazionale

Mario Furlan, life coach e scrittore motivazionale, sulla copertina di uno dei suoi libri

Tutti abbiamo problemi. Parola di life coach.
Ma il livello di preoccupazione, ansia e stress a cui ci portano ha ben poco a che fare con la loro reale e oggettiva dimensione. Non è vero, cioè, che i piccoli problemi ci stressano poco, e che sono i grandi problemi a toglierci il sonno. Perché tutto è relativo. Quello che può essere piccolo per me può essere enorme per te. E viceversa.
Ci sono persone che non dormono di notte perché un loro caro è in fin di vita. O perché hanno perso il lavoro, e non sanno come sfamare la famiglia. Il che è, a mio giudizio, più che comprensibile.
Ma ci sono anche persone che vanno in crisi di brutto perché qualcuno li ha insultati su Facebook. Perché il piatto da cucinare per gli amici è venuto male. O perché insoddisfatte del loro taglio di capelli. Insomma, si disperano per cavolate.
Ci sono, poi, persone che riescono a restare calme  e centrate nonostante i guai che li affliggono siano davvero grossi. Ho un amico che accudisce la figlia, disabile e malata, da 31 anni. Sono soli al mondo, lei e lui. Lei si sta avvicinando alla fine. Ma lui riesce a restare positivo, ottimista, solare.
Lo ammiro. Non credo che, al suo posto, avrei la sua forza d’animo: infatti vado in tilt per molto meno. Alla faccia del fatto che sono life coach. Quel mio amico è un esempio di come non siano i problemi a distruggerci, ma il nostro atteggiamento nell’affrontarli.
Per vivere bene dobbiamo quindi alzare la nostra soglia di accettazione e tolleranza allo stress. E non lasciare che siano le stupidaggini a toglierci la serenità. Quanto più cresciamo, tanto più dobbiamo imparare a non lasciarci turbare dalle piccolezze.
I big, i grandi personaggi – della politica, dell’economia, della cultura, dello sport, dello spettacolo, della religione – sono costantemente sotto attacco: degli hater, degli avversari, dei concorrenti, dei giornalisti, degli invidiosi… Pensa solo a quanto è stato linciato e crocifisso – non solo metaforicamente – Gesù Cristo.
Se fossero come me e come te, questi personaggi noti si schianterebbero sotto il peso delle critiche. E dell’odio che li circonda. Ma sono più forti di noi. Il fango che viene gettato loro addosso? Se vogliono reggere, devono imparare a scrollarselo di dosso con un’alzata di spalle.
Ti lascio con un esercizio: scrivi quali sono i tuoi tre più grandi problemi, le tre cose che ti angosciano di più. E poi pensa: sono davvero, tutti e tre, dei veri, grandi, terribili problemi?

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Mario Furlan, life coach – Dimmi come porti la mascherina, ti dirò chi sei!

Come metti, o non metti, la mascherina dice chi sei!

Come metti, o non metti, la mascherina dice chi sei!

Sei di quelli che portano la mascherina sempre e comunque, anche quando camminano da soli per strada, perché la prudenza non è mai troppa?
Oppure la tieni in tasca, oppure abbassata sul mento, perché è fastidiosa e inutile; e te la tiri su controvoglia soltanto quando vai in locali dove senza non ti fanno entrare?
Tra questi due estremi ci sono numerose sfumature: quelli che la tengono solo in pubblico, quelli che si coprono la bocca ma non il naso, quelli che se la dimenticano a casa…
A seconda della tua risposta (mascherina sempre e comunque fuori casa, oppure solo se proprio non puoi farne a meno) appartieni a una di queste due tribù: i paurosi (che si autodefiniscono prudenti) o i temerari (che si definiscono realisti).
I paurosi temono di essere contagiati. Chi si avvicina senza protezioni è un untore, oppure un incosciente; fosse per loro lo multerebbero. Mentre i temerari ritengono che le precauzioni utili un mese fa siano oggi, con il virus quasi sparito, soltanto delle rotture di scatole.  E osservano con aria di sufficienza, deridendoli in cuor loro, quelli che si tengono sempre la mascherina sul volto. Magari pure quando sono da soli.
I primi sono mossi, nella vita, soprattutto dalla paura: odiano il rischio. I secondi, invece, sono più propensi a correre rischi. Diventando, a volte, incoscienti.
Dimmi come porti la mascherina, ti dirò chi sei!

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Cristiano Turato, ex voce dei Nomadi, celebra ora la sua Festa

Il cantautore Cristiano Turato

Il cantautore Cristiano Turato

Cristiano Turato non è soltanto un noto e apprezzato artista: cantautore, chitarrista, pianista, bassista e altro ancora. E’ anche un uomo di grande profondità, con un animo da filosofo.
Gli parlo mentre sta camminando con i suoi due figli, Francesco di 12 anni e Gabriel di 5, lungo l’argine del Brenta. Vicino a casa, alla periferia di Padova.
“Sono affascinato dai miei figli – esordisce. – Essere stato bambino e poi trovarmi dall’altra parte è straordinario. Nel mio nuovo album, “La festa”, il brano “Ho una cosa da raccontarti” narra di un supereroe sghangherato che cerca di proteggere i propri figli. Ma alla fine si scopre che i veri supereroi sono i nostri bambini. Perché non avendo i filtri mentali di noi adulti ti risolvono i problemi in pochissimo tempo, mentre noi ci perdiamo in ragionamenti inutili”.
Più che parlare di musica, Cristiano Turato parla dei suoi cari. “Siamo una famiglia di matti – sorride. – L’altro giorno pioveva a dirotto e siamo partiti, io e i miei figli, a fare una passeggiata. Dopo 5 chilometri sotto il diluvio, in cui ci siamo divertiti a saltare nelle pozzanghere, siamo arrivati a casa distrutti e sporchi luridi; ma è stata un’esperienza bellissima. Loro hanno imparato tanto, e anch’io con loro”.
Cosa impari da loro?
“Imparo a non diventare vecchio prima del tempo. A tenere la mente aperta. A restare capace di stupirmi. E tutto questo mi serve per scrivere. Quando sono tornato a casa dopo il diluvio, subito dopo la doccia bollente mi sono messo a scrivere. Tengo mille diari; la mia vita è un continuo scrivere ed emozionarmi, e mettere per iscritto le mie emozioni. E tutto questo mi tiene vivo”.
Cristiano Turato si avvicina al mondo della musica a 14 anni, quando scopre il rock. Poi vira sul grunge, con i Pearl Jam, i Soundgarden, gli Alice in Chains. E sull’elettronica impegnata: Depeche Mode, Tears for Fears, Genesis, Peter Gabriel.
“Mi ispiro ancora a quel mondo che fonde rock-pop e musica elettronica” dice.
Una tappa fondamentale della carriera artistica di Turato sono i cinque anni con come voce dei Nomadi, dal 2012 al 2017. “Un’esperienza che rifarei con la maturità che ho oggi” dice. E ricorda con commozione i tributi ad Augusto Daolio, il cofondatore dei Nomadi: “Erano grandi feste popolari, uno spettacolo emozionante!”
Il suo nuovo album, “La festa”, è una nuova tappa del suo cammino musicale e spirituale. “Ogni incontro mi serve per conoscermi meglio – dice. – Negli anni ho scoperto chi sono, ma sono ancora qui a pormi domande. E l’altro giorno, camminando sugli argini del Brenta, ho pensato che questo viaggio nella conoscenza di me stesso finirà solo quando qualcuno, dall’alto, mi chiamerà”.

Mario Furlan, life coach – I sette sintomi che sei fuori strada

Mario Furlan, life coach

Mario Furlan, life coach

Come life coach mi viene spesso chiesto se ci sono dei sintomi che devono suonare come campanelli d’allarme. Si tratta di comportamenti sbagliati, proseguendo nei quali avremo conseguenze negative.
Sì, questi sintomi esistono. E sono almeno sette.
Immagina che tu sia un’automobile, e che tu abbia scelto di percorrere una certa strada nella tua vita. I sette tipi di condotta che vado ad elencare sono errati, e se li segui stai andando fuori strada!

1) Non svolgi regolare attività fisica.
Mens sana in corpore sano: se non fai attività fisica, qualunque essa sia, con regolarità, il tuo corpo ne soffre. E se il corpo sta male, prima o poi anche la mente ne soffrirà;

2) Cerchi il sollievo sbagliato.
C’è chi, quando si sente fuori fase, va a farsi una bella corsa oppure una bella meditazione; e chi, invece, si ingozza di cibo spazzatura. O alza il gomito. O accende una sigaretta. O si lancia nello shopping sfrenato e compulsivo…
Tutti attraversiamo momenti di tensione e stress. Dimmi come li fronteggi e ti dirò chi sei!

3) Non riesci a concentrarti.
Sei sempre distratta: dal telefonino o da pensieri che non c’entrano nulla con ciò che stai facendo. E quando arriva la sera ti rendi conto, con un cocente senso di frustrazione, che hai realizzato molto meno di quello che avresti dovuto e potuto.
Il primo passo per non essere costantemente distolto da ciò che importa? Spegni il telefonino, e allontanalo dal tuo campo visivo!

4) Sei scostante.
Non sei, cioè, costante, attendibile e affidabile nei tuoi comportamenti.
Quindi non rispondi alle telefonate, ai messaggi o alle mail. Ovviamente mi riferisco ai messaggi di persone che ti interessano, non di scocciatori;

5) Non riesci a riposarti a sufficienza.
Dormi poco o male, non ti prendi le vacanze, non ti concedi una pausa. Così facendo, a lungo andare (e a volte neanche tanto a lungo) il tuo motore fonde;

6) Sei iperreattivo.
Hai la miccia corta, il tuo motore si surriscalda subito: basta un nonnulla e subito ti arrabbi, sbotti, esplodi. Oppure ti butti giù, ti deprimi, scoppi in lacrime.
Quando incontri qualcuno così è come camminare sulle uova: devi stare attento a ogni cosa che dici e che fai. E ovviamente il dialogo sereno e costruttivo diventa impossibile;

7) Sei ipercritico e sarcastico.
L’autocritica e l’autoironia ti fanno apprezzare dagli altri; la critica violenta e il sarcasmo rivolti agli altri, invece, ti rendono odioso.

Ti riconosci in qualcuno di questi sette comportamenti negativi?
Se la risposta è positiva, attento: la tua vita sta prendendo una direzione sbagliata, e proseguendo lungo quella strada rischi di andare a schiantarti. E di farti molto male, sia nel fisico che nella mente e nello spirito.
Più sono i comportamenti errati che stai adottando e più rischi. Il mio consiglio: comincia a cambiarne uno. E poi un secondo. E così via. Più avanzi sulla strada della crescita personale, più sarà facile e bello camminare lungo il tuo nuovo cammino, ricco di speranza e soddisfazioni!

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Best Western Plus Hotel Galles di Milano: così si riapre in piena sicurezza

Il Best Western Plus Hotel Galles di Milano

Il Best Western Plus Hotel Galles di Milano

BestHa riaperto in sicurezza lo scorso 4 maggio Best Western Plus Hotel Galles, 200 camere in Piazza Lima di proprietà di Filippo Seccamani Mazzoli, dopo una chiusura straordinaria e impensabile fino a qualche giorno prima, di 42 giorni, la più lunga registrata in oltre 30 anni di attività.

Il ritorno all’attività è avvenuto in piena sicurezza per lo staff e per gli ospiti che stanno tornando a soggiornare in albergo. Best Western Plus Hotel Galles ha infatti aderito al protocollo Special Protection BWH, un rigoroso programma che prevede igiene e sanificazione, ricorso alla tecnologia e assicurazione.

“La decisione di chiudere è stata ponderata ma di fatto inevitabile per le incertezze sulla durata del lockdown, per contribuire a contenere gli effetti del contagio e per proteggere i componenti del nostro staff. – afferma Filippo Seccamani Mazzoli – il tempo della chiusura è stato però un investimento: in formazione, in programmazione e lavorando in back office con i nostri responsabili di reparto tramite riunioni virtuali e video call.

Sono molto orgoglioso del lavoro svolto: abbiamo riaperto nei tempi previsti in perfetto allineamento con le linee guida di protezione. Grazie a Special Protection il protocollo che ci ha proposto BWH Hotel Group, catena cui l’hotel è affiliato dal 1999, abbiamo tradotto le indicazioni in concreti momenti di comunicazione e distanziamento perfetti per la ripartenza.”

Le nuove disposizioni sono visibili fin dall’ingresso in hotel: la reception evidenzia il distanziamento grazie a cordoni e a segnaletica orizzontale, una serie di adesivi rossi posti sul pavimento. Sul banco i parafiati proteggono clienti e staff. Il protocollo di protezione prevede inoltre che le operazioni che tradizionalmente si svolgono alla reception trovino nel digitale il loro compimento: check-in e check-out, pagamento attraverso un semplice link nell’email, comunicazione con lo staff tramite chatbot sono solo alcuni esempi di quanto l’innovazione tecnologica sia efficace in questa fase.

I posti sui divani nella hall sono contingentati. Ovunque gli ospiti e i visitatori possono approfittare dei gel a base alcolica. Il ristorante La Terrazza riprende l’attività nel rispetto di tutte le direttive per la somministrazione di alimenti con tavoli distanziati ed esclusivamente servizio al tavolo. Al momento palestra e centro benessere sono chiusi.

Anche un’assicurazione sanitaria al Best Western Plus Hotel Galles di Milano 

Ultimo aspetto ma non meno importante, l’assicurazione sanitaria. Tutti gli ospiti che soggiorneranno al Best Western Plus Hotel Galles a partire dal 1 giugno 2020 godranno di copertura per assistenza sanitaria valida per l’intera durata del soggiorno in hotel, dal momento del check-in fino al check-out. Le garanzie incluse sono rivolte alla salute della persona e comprendono: consulenza e assistenza medica telefonica e in presenza, copertura delle spese mediche, eventuale rientro al domicilio e rimborso di spese di forzata permanenza in caso di accertata positività al Covid19.

Best Western Plus Hotel Galles ha inoltre aderito alla soluzione Smart Working Room: le camere dell’hotel diventano uffici perfettamente equipaggiati, silenziosi e dotati del massimo della privacy e sono pensate per chi, dopo mesi di home office forzato con tutto ciò che questo comporta, devono tornare alla normalità della loro attività professionale.

Special Protection BWH poggia su cinque pilastri, ognuno di essi cruciale per un produttivo e sicuro ritorno all’attività: sanificazione e igiene delle strutture, procedure per lo staff, dispositivi e suggerimenti utili al cliente, innovazione tecnologica e copertura assicurativa.

Mario Furlan, life coach – Sei una patata, un uovo o un chicco di caffé?

Cosa sei: una patata, un uovo o un chicco di caffé?

Come reagisci alla crisi economica causata dal coronavirus: come una patata, un uovo o un chicco di caffé?

Una domanda che come life coach mi chiedono spesso è: Mario, secondo te questa pandemia, e la crisi economica e sociale che ne seguirà, ci farà diventare migliori o peggiori?
La risposta è: dipende.
Non dipende solo da come andranno le cose, in Italia, in Europa o nel mondo. Ma dipende anche, e soprattutto, da come tu sarai capace di reagire a questa crisi. Che colpirà, economicamente, almeno i due terzi della popolazione.
Qualcuno si lascerà travolgere dalla disperazione. Come l’imprenditore di Napoli, che si è suicidato.
Qualcun altro sarà furente. Ce l’avrà a morte con il Governo, con la Regione, con l’Europa, con il mondo intero, con il Padreterno… e vorrà sfogare la sua rabbia con la violenza, fisica o verbale. Di persona, o sui social. Il che non servirà a niente, se non a produrre ancora più sofferenza e a metterlo nei guai con la legge.
Qualcun altro ancora, invece, farà l’unica cosa intelligente e produttiva possibile: prenderà, realisticamente, atto della situazione e cercherà di ricavarne il meglio. Per lui, e per gli altri.
A questa domanda rivoltagli dalla figlia – il coronavirus ci farà diventare migliori o peggiori? – un padre chef le fece vedere tre pentole sul fuoco. Nella prima ci mise dentro delle patate; nella seconda delle uova; nella terza una manciata di chicchi di caffè. Dopo 20 minuti di ebollizione spense il fuoco.
Le patate erano diventate molli: bastava toccarle che si sfaldavano.
Le uova erano diventate verdi e dure: immangiabili.
I chicchi di caffè, invece, avevano rilasciato un eccellente aroma. E avevano dato vita a qualcosa che prima non c’era: a un profumatissimo caffè.
Ci sono persone che, gettate nell’acqua bollente della crisi, come le patate si sbriciolano e si frantumano. Non reggono la pressione, e cedono. Come quel povero imprenditore.
Ci sono altre persone che, come le uova, reagiscono indurendosi. Incattivendosi. Diventando verdi di rabbia e livore. E se la prendono con tutti, maltrattandoli.
Altri ancora, invece, sono come i chicchi di caffè. E’ proprio l’acqua bollente della crisi che fa emergere le loro qualità migliori. Sono gli unici che con la pandemia diventano migliori. Il terribile choc causato dal coronavirus produce inevitabili cambiamenti in tutti noi. Ma per qualcuno sono negativi. Mentre per altri sono positivi.
E tu, come reagirai alla crisi che sta arrivando? Come le patate, come le uova o come i chicchi di caffè?

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Mauro Bonati di Yakult: “La nostra è una missione”

Mauro Bonati, Direttore generale di Yakult Italia

Mauro Bonati, Direttore generale di Yakult Italia

Tutte le Aziende commerciali hanno un propria mission, ma è davvero difficile trovarne una con un vero e proprio spirito missionario. Sarà per le sue origini giapponesi o per il suo fondatore – un medico e scienziato dell’università di Kyoto, che Yakult può definirsi una “Missionary Company”?

Lo chiediamo a Mauro Bonati – Direttore Generale di Yakult Italia: “ Lo spirito missionario di Yakult è il marchio di fabbrica del suo fondatore Dr. Minoru Shirota, che nei primi anni ’30 si pose l’obiettivo, attraverso un lungo percorso di ricerca microbiologica all’avanguardia, di affrontare la piaga delle infezioni intestinali che nel primo dopo-guerra flagellava la popolazione giapponese e in particolar modo i bambini. Il Dr. Shirota riuscì così ad isolare e coltivare un particolare fermento lattico, che poi prese il suo nome (L. casei Shirota), in grado di resistere ai succhi gastrici e di raggiungere vivo e attivo l’intestino, dove svolge le sue azioni benefiche. La specificità di Yakult risiede  nel fatto che, prima ancora del salto alla dimensione industriale che la proietterà in ambito multinazionale, il Dr. Shirota definisce i tre fondamenti della filosofia di Yakult , chiamati successivamente  Shirot-ismi: 1) promuovere la medicina preventiva attraverso l’alimentazione, un  concetto assai all’avanguardia per l’epoca. 2) un intestino sano porta ad una vita più lunga e più sana, anche questa un’intuizione pionieristica 3) portare la salute ad un prezzo abbordabile e al più alto numero di persone, che identifica lo spirito missionario dell’azienda sin dalla nascita.
Tale spirito fu coerentemente applicato in un modello di business assai inclusivo, per coinvolgere le donne, che rappresentavano l’anello debole dal punto di vista occupazionale, con l’obiettivo di distribuire quotidianamente il prodotto fresco ai clienti con un sistema porta a porta. Quelle che ancor oggi vengono chiamate Yakult Ladies svolgono altresì un ruolo sociale nel mantenimento di una relazione di “caring” costante con i propri clienti e questo vale in particolar modo nelle provincie rurali e presso gli anziani. Nel mondo le Yakult Ladies sono oggi più di 80.000 di cui 34.000 solo in Giappone.

Sembra quindi che Yakult sia stata modellata attorno a principi che non mettono al centro il profitto?
“Certamente – risponde Mauro Bonati – i risultati economici sono fondamentali per consentire di proseguire la missione del Fondatore, ma lo sono in egual misura i principi etici su cui si basa la strategia aziendale. “Working on an Healthy Society” per noi significa principalmente promuovere stili di vita sani attraverso la corretta alimentazione, una costante attività fisica e l’offerta di prodotti studiati per le diverse esigenze di benessere dei nostri consumatori. Questo è l’impegno che ha caratterizzato la nostra comunicazione fin dall’inizio dell’esperienza italiana dal 2007, in una collaborazione costante con i soggetti istituzionali, la scuola, la comunità scientifica e il mondo dell’associazionismo.

Francesco Sacco, il cantautore di Berlino Est

 

Il cantautore milanese Francesco Sacco

Il cantautore milanese Francesco Sacco

Francesco Sacco è un giovane cantautore emergente milanese. In aprile è uscito il suo primo singolo, “Berlino Est”, e oggi, 8 maggio, è uscito il secondo, “A Te”. Il 22 maggio uscirà invece il suo primo disco, “La Voce Umana”.

“Il titolo del disco è una citazione tratta dall’omonima opera teatrale di Jean Cocteau” spiega Francesco, la cui cultura si evince dai testi delle sue canzoni. A cominciare da “Berlino Est”: “Mi sono ispirato alla città tedesca divisa da un muro, ma non c’entra la politica: è un brano che parla di un litigio di coppia, e della difficoltà ad abbattere il muro di incomprensione per porre fine alla litigata” dice. Infatti il testo parla di “faccia da Berlino Est”: una faccia perplessa, difficile da definire. E poi di “denti da San Francisco”: un riferimento al sorriso della moglie Giada (Vailati, coreografa), che ha uno spazio tra i due incisivi. E al Golden Gate Bridge della città californiana.

Giada è una figura centrale nella produzione artistica di Francesco. “A Te” è dedicato a lei. “Mi hanno chiesto se c’entri l’omonima canzone di Jovanotti; la risposta è no, perché ascolto pochissimo pop” ride. E aggiunge: “A Te è un brano in controtendenza nel mio panorama musicale. Perché è la prima canzone che ho scritto quando stavo bene. Tutte le altre sono nate in momenti di sconforto”.

Nato a Milano, cresciuto a Novara e infine ritornato nella metropoli lombarda, Sacco ha iniziato con la chitarra classica e gli esami al Conservatorio, per poi scoprire il blues e il rock dei Led Zeppelin.  “Per un periodo ho ascoltato soltanto la musica degli anni 1965-1977” dice sorridendo. Ha prodotto colonne sonore, è stato produttore musicale, ha scritto per la rivista Rolling Stone. E ora si propone con decisione come cantautore. “E’ la mia vocazione – dice – e voglio seguirla per essere fedele a me stesso”.